mercoledì 14 dicembre 2011

il suk






Ebbene si, l’ho lasciato “nature”. Al primo che dice che questo è disordine creativo, rispondo con un caffè pagato. Soffro di un disturbo di accumulo, che ciclicamente si alterna con la pericolosa sindrome “pulizie di pasqua”. Non conosco mezze stagioni: o c’è un ordine inquietante oppure un rassicurante bazaar. Considerate che quello che vedete qui raffigurato ha appena superato un riordino, la settimana scorsa, per impossibilità di manovre e pericolo di crolli.
Il mio studio attuale l’ho ricavato nella stanza di servizio attigua alla cucina, un cubetto luminosissimo, affacciato su un ampio cortile interno. Posizione strategica, vicino alle vie di fuga, alla cambusa e dotato anche di balcone e bagno: in pratica una tana completa ed autosufficiente. Manca solo un giaciglio, per fortuna non c’è spazio.
Il tavolo ampio mi consente di poter lavorare al mio pc fisso (con monitor, fondamentale per disegnare al cad senza perdere altre diottrie) e parallelamente avere dello spazio libero sulla sinistra, dato che sono mancina, per schizzare, scrivere, tenere fogli o manuali per consultazione. Il tavolo era già qui, prima che io arrivassi e, seppur da me un po’ snobbato, ammetto che assolve alla sua funzione egregiamente,tanto da meritare un restyling, previsto per la collezione primavera estate 2012.
La profusione di sedie originali in plastica anni 70 (qui ne vedete solo tre) la devo a mio padre: quando è andato in pensione e ha sgomberato il suo studio medico, ha tenuto le sedie della sala d’attesa .. e delle poltrone molto pop, verde brillante, che ora arredano il mio salotto. Il pezzo forte, però, è Boby, un carrello multitasking della stessa epoca che invece mi regalò mio nonno. Era suo e mi ha accompagnato per tutta l’università fino ad oggi, raccogliendo strumenti che oggi non si usano più come un tempo: rotoli di carta lucida, rotring, compassi, squadrette, righe, goniometri, la campana per fare la punta alle mine, portamine, normografi, curvilinee, retini, lamette…ecc. Ho nascosto, fra questi strumenti che naturalmente conservo (avevate dubbi?), poesie, citazioni, frasi , foto e ricordi. Sono una inguaribile nostalgica e adoro trovare inaspettatamente delle cose che non c’entrano niente dentro ai cassetti, funzionali ad un ricambio idrico ciclico (presente il troppo-pieno della cassetta del water?).
Come potete notare, lo spazio a sinistra del tavolo, di cui sopra, è occupato dal portatile, lo strumento che prediligo per scrivere. Infatti, se è vero che ho sempre con me almeno un taccuino e una bic per appuntare delle cose o per scrivere di getto quello che ho sulla punta delle dita, è al computer che riesco a dar forma ai miei scritti. Sarà poco poetico, ma è la realtà. Due scatoline di latta fanno da portapenne e portamatite..mentre un barattolo di conserva contiene i pennelli. La cartina aperta era di una rassegna di fotografia sparsa in vari atelier romani, che stavo spulciando. Le foto sul davanzale ritraggono Luca al mare in Calabria a tre anni, mio nonno Riccardo, mentre le due cartoline alla parete sono le opere di due artisti: la scultura di donna è di una mia zia. Foto, acquerelli, appunti, biglietti, caramelle … sul pc una foto della casa alla Rocca..cui sono particolarmente legata e teatro di numerosi miei scritti.
Generalmente, fuori casa, scrivo a mano al tavolino di un caffè solo se sono in viaggio e, se per caso mi capita qui in città, mi sembra di stare in vacanza (o di starmi concedendo un gran lusso). E’ capitato su una panchina in un parco, ma lo trovo scomodo, anche se non sempre posso accovacciarmi a terra, cosa che preferisco. Qualche volta scrivo al centro sportivo dell’Oratorio San Paolo, mentre aspetto Luca che gioca a basket, in mezzo ad una moltitudine di ragazzi, ragazzini, genitori e allenatori, impegnati in elaborazioni tattiche e discussioni metodologiche. Mi piace molto l'ambiente sportivo e trovo che ci sia un'aria stimolante e positiva. In treno, in nave, in aereo (lì però è terapeutico, mi aiuta a superare le mie paure, distraendomi) c’è sempre un momento dedicato alla scrittura, a suo tempo in barca, a prua da sola contro il mare, declinazione del mio posto preferito, sulla sabbia o su uno scoglio, in qualsiasi stagione, ma a patto che tra me e il mare ci siano solo la penna e la carta.

martedì 13 dicembre 2011

Elogio dei piedi


Perchè reggono l'intero peso

Perchè sanno tenersi su appoggi e appigli minimi

Perchè sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare

Perchè portano via

Perchè sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta

Perchè sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali

Perchè scalzi sono belli

Perchè sanno piantarsi in mezzo alla strada come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica

Perchè sanno giocare con la palla e sanno nuotare

Perchè per qualche popolo pratico erano un'unità di misura

Perchè quelli di donna facevano friggere i versi di Puskin

Perchè gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante

Perchè sanno pregare dondolandosi davanti ad un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio

Perchè mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo

Perchè sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella

Perchè non sanno annusare e non impugnano armi

Perchè sono stati crocifissi

Perchè anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l'appoggio

Perchè come le capre amano il sale

Perchè non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.


da Altre prove di risposta di Erri de Luca, Napoli 2008


giovedì 8 dicembre 2011

Bologna ombelico di tutto

Così cantava Guccini. Già. Che sorpresa incontrare per caso anche Carlo al commovente ultimo concerto del maestrone tenutosi in città. Lui, Guccini, comincia baldanzoso, è passato del tempo da quel 1961, da quando a piedi attraversava Bologna da via Massarenti a via Saragozza. Quella Bologna provinciale ma Parigi minore. Bologna con Sartre e Boudelaire, e con lui professore che alle sei del mattino cantava i suoi vecchi in via Paolo Fabbri 43. Poi la sera in via de' Poeti l'illusione di capire Orazio senza aver ancora capito la sua cultura fasulla, senza avere ancora capito questa cosa che si chiama Vita.

venerdì 2 dicembre 2011

Border

I dubbi crescevano con il buio intorno.

Ormai lontani da Saigon, dai finestrini spariva ogni cosa. I nostri sguardi si voltavano a seguire rari bagliori che non potevano rassicurare, mentre l’auto s’infilava in un tunnel di cielo.

“Perché avete deciso di arrivare di notte, quando la frontiera è ormai chiusa?”, furono le prime parole del giovane vietnamita, alla guida del taxi da un paio d’ore, in un inglese stentato che tutti capimmo, ma a cui nessuno dei tre riuscì a rispondere. “Che idioti!”, fu il mio primo pensiero. Il secondo, i punti di confine sono considerati molto pericolosi a causa del banditismo, letto sulla guida prima di partire per il viaggio, mi aveva ricordato i soldati che continuano a nascondersi nella giungla, inconsapevoli del fatto che la guerra sia finita da anni.

Condivisi solo il primo.

L’arrivo al valico per la Cambogia svestì la nostra aria da appagati esploratori; stanchi ma orgogliosi, avevamo attraversato il Vietnam da nord a sud viaggiando di notte per risparmiare tempo, riposando pochissimo. Il saluto del nostro accompagnatore fu più rapido del solito, ed il taxi che si allontanava, l’ultimo rumore.

Negli attimi successivi, mentre il silenzio d’intorno bruciava rapidamente la sigaretta accesa da Tiziano, pensai che forse eravamo venuti fin qui anche per questo, che qui le pozzanghere sembrano non asciugarsi mai, che non dedico sufficiente energia alla vita ed agli interessi di mia madre e che per vedere l’alba manca sempre troppo tempo.

Un cane abbaiò nella notte.

“Cosa ci vedete, ragazzi? … a parte quei muri bianchi”, chiesi. “Vedo che ora vorrei essere in un posto che conosco”, rispose Tiziano. “A me sembra un film, di nuovo sul Vietnam”, disse Beppe “se è così, muoviamoci, ora dovrebbe succedere qualcosa”. Sorridemmo, senza crederci troppo, mentre ci incamminavamo in silenzio per non farci sentire da …

… alberi, niente villaggi né case. Moc Bai non era altro che un’inquietante isoletta di cemento circondata dal fango. Normalmente, uno di quei posti da lasciarsi alle spalle il più alla svelta possibile, come la maggior parte dei luoghi di confine del Sud-Est asiatico. All’esterno degli uffici scorgemmo subito quella che pareva essere l’unica presenza; curiosamente immaginai un baco da seta gigante nel suo bozzolo, quando vidi il militare di guardia steso a terra avvolto in una zanzariera. Era abbracciato al suo fucile in un sonno profondo.

Decidemmo di sistemarci in una sala d’attesa, aperta su due lati, per provare a dormire su scomode file di sedie. Mi accorsi che faceva sempre più rumore, la natura, dopo aver deciso i turni di guardia_____________ ______________________________________________ ________ ____________ ________________________________________ ________ “TIZIOOOO!!! Non dovevi stare sveglio?”, gridò Beppe a voce bassa. “Ohi, scusate … non pensavo …”, rispose con occhi sbarrati dallo spavento e le mani che tastavano attorno per capire dove fosse. “Domattina, con calma, mi rispiegherai perché ti chiamano ‘il Gufo’ … ora mi sfugge”, dissi controllando l’orologio. Ancora una ventina di minuti di finto sonno e sarebbe arrivato il mio turno _____________________ ________________________ _____________________ ________________ _____________________ ______________________ Li guardai a lungo, mentre dormivano, immaginando cosa stessero sognando; l’avevo scelto per far passare quell’ora. Tiziano era al domandone finale del gioco a Quiz che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Erano un sacco di soldi e il destino continuava ad essere dalla sua … a cui devi rispondere per portare a casa questa incredibile cifra: qual’é l’ingrediente base, con il quale vengono avvolti i nem, i tipici involtini primavera vietnamiti? … “Quanto tempo ho per rispondere?”, chiese scuotendo la testa, con sguardo assente. Il pubblico rumoreggiava. Se solo avesse letto quella maledetta guida. La cosa certa è che, comunque fosse finita, non avrebbe mai chiesto al presentatore di poter salutare famigliari, amici e tutti i conoscenti; era l’unica cosa dei Quiz che lo faceva imbestialire __ ________ _________ shhhh ___________ feci silenzio nella mia mente ________ erano passi, molto rapidi, potevo solo sentirli e sembravano venire proprio verso di noi. Senza parlare toccai gli altri per svegliarli, avvisandoli con l’indice dritto davanti alle mie labbra. Tirandosi su di scatto, mi stupirono per la loro prontezza _______ _____ _____ __________________ un fruscio di foglie, un crepitio, e il mio cuore ____ un cane, era solo un cane, più impaurito di noi; vedendoci, fece uno scatto indietro e si allontanò.

Tutti e tre ci mettemmo a ridere.

Gli aneddoti del viaggio stavano prendendo la miglior forma da raccontare, mentre nessuno aveva più voglia di fare turni. Beppe alzò l’unica bottiglia d’acqua verso le prime tenui luci che venivano da fuori. Tiziano, l’ennesima sigaretta, sistemando i laccetti dello zaino, sembrava già smanioso di ripartire. “Dovremo cercare subito un mezzo per raggiungere Phnom Penh in …”_____ di nuovo rumori, ancora passi. Stavolta neanche il tempo di prepararci. Un grido ruppe il silenzio dell’alba, mentre le nostre torce illuminavano un volto accigliato di bambina: “YOU!” non disse altro, ma sembrava l’ordine di un dittatore. Con il gesto di una mano ci intimò di uscire. Senza pensarci un attimo raccogliemmo i bagagli dirigendoci verso l’esterno della struttura, senza opporci. Non avrà avuto più di cinque anni, viso, capelli e vestiti lerci. Ci voltammo ed era già sparita.

Fuori stava riprendendo il rassicurante viavai dei mercanti. Frutta ed animali incredibilmente stipati su motorini. Intere famiglie in viaggio su carretti. Aveva smesso di piovere da quasi un giorno, ma le pozzanghere erano sempre lì. “Peccato Tizio, era la carta di riso”. “Posso sapere di che cazzo stai …”. “Lascia stare, mi sa che è solo stanchezza … i documenti, presto”.