Anche la mia piccola città ha un concorso letterario. Il tema è libero. Sogno una vittoria del merlo
http://www.comune.codogno.lo.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1802
lunedì 28 novembre 2011
martedì 22 novembre 2011
domenica 13 novembre 2011
Impronte d'Africa
Incontrava lo sguardo della donna una volta l’anno mentre si recava sulla tomba dei nonni. Erano le prime ore del meriggio estivo ad accogliere quell'incontro, quando le cicale animano i filari sonnolenti di cipressi del piccolo cimitero della città.
Prima di raggiungere la tomba di famiglia, Giulia si fermava sempre qualche minuto davanti alla dimora di donna Stefana, sposa e madre premurosa. Le portava un garofano rosso che lasciava sulla pietra, sgualcita dagli anni e dal vento salmastro. Una vecchia fotografia dai contorni sfumati, la coglieva con spalle erette, inamidate dal bavero dell’abito scuro. Il suo sguardo di Madonna, attraversava senza fermarsi chi lo osservava, per posarsi più in là, oltre la siepe di bosso. Giulia, si incantava davanti a quell’immagine capace di richiamare nella sua fantasia le note di un valzer, consumato nei saloni descritti da Tommaso di Lampedusa. Solo la pelle seccata dal sole e i lunghi capelli scuri, raccolti alla buona dietro la nuca, tradivano quel volto e quei salotti.
Stefana fu madre di dieci figli. Lasciò la sua città e gli affetti per seguire Giuseppe, suo marito, quando partì per l’Africa i primi anni del secolo scorso. Di mestiere faceva lo scalpellino, ma i soldi che portava a casa non bastavano. “A Tunisi ve ne dovete andare. Là farete fortuna e magari più di dieci figli potrete mantenere”, gli dicevano quelli che ne sapevano sempre una più degli altri. Stefana i suoi bambini li avrebbe portati tutti con sè. Nemmeno Vita, la più piccola, avrebbe lasciato alla sorella, perchè sentiva che non sarebbe partita tutta intera se l'avesse fatto.
Il viaggio per mare durò un giorno intero. La nave, carica di Mediterraneo, trasportava sogni e speranze, paure e nostalgie.
Giuseppe trovò subito un lavoro e una casa, alla Goletta, nel quartiere degli italiani, a nord di Tunisi. Anche Stefana dovette lavorare. Un mestiere per lei non c'era, ma aveva sempre cucinato e quello sapeva fare. Trovò lavoro prima come lavapiatti in una taverna, solo mezza giornata. Poi cominciò ad aiutare anche in cucina, rubando dalle pentole i sapori di spezie nord Africane.
Per fare un buon cous cous, serve per prima cosa della semola di grano duro a grana grossa, acqua, sale e olio di oliva. Serve anche una “mafaradda”, un grande bacile in terracotta smaltata, con fondo piatto e bordi alti e svasati dove inizia la lavorazione della semola. Quella già elaborata viene adagiata in una specie di grande piatto piano in terracotta smaltata con i bordi rialzati, il “lemmo”.
Quando si prepara il cous cous più che eseguire una ricetta, si pratica un vero e proprio rituale. Si comincia con un pugno di semola alla volta, mescolata con acqua salata, aggiunta in piccole quantità. La semola va manipolata con le dita descrivendo dei cerchi sul fondo della mafaradda fino a quando tutta l’acqua non viene assorbita. La semola idratata, a questo punto, ha grani più grossi che si spostano, via via nel lemmo. Si continua così fino ad esaurire tutta la semola a disposizione. Si procede poi a versare l'olio d'oliva, a filo, sulla semola "incocciata" e si continua a lavorare sfregandola tra i palmi delle mani, fino a che tutti i granelli non sono unti e ben sgranati.
La cottura della semola viene fatta lentamente, a vapore. Richiede l'uso di una pentola particolare formata da un recipiente che sta sotto, a contatto con la fiamma, che contiene l'acqua salata, sul quale viene appoggiato una sorta di scolapasta in terracotta con coperchio, la "cuscusiera", che contiene la semola. La pentola e lo scolapasta vengono sigillati tra loro con un impasto morbido, preparato con farina e acqua, la "cuddura", che, applicato sul punto di contatto tra i due elementi, assicura che il vapore non venga disperso ed esca solo attraverso i fori della cuscusiera per idratare la semola. La cottura richiede due ore e mezza circa, tempo durante il quale la semola, condita con alcuni ingredienti, viene mescolata più volte avendo cura, prima di rimettere il coperchio, di praticare dei fori aiutandosi con il manico di una paletta di legno, i "camini", che favoriscono il diffondersi del vapore tra tutti i granelli.
Trascorso questo tempo e preparata contemporaneamente la zuppa di pesce, la semola viene rovesciata nuovamente nel "lemmo", idratata con il brodo della zuppa molto caldo e lasciata insaporire con questo condimento ancora per un paio d'ore, coperta da un panno spesso che ne conservi il calore per tutto quel tempo.
Le mani di Lorenza mescolavano rapide i piccoli grani d'oro nel recipiente in terracotta.
Giulia, in punta di piedi accanto a lei, cercava di seguire quella magica roulette, dove la semola correva rapida sulle pareti di smalto della grande mafaradda.
"Nonna cosa fai?".
Prima ancora che Giulia finisse di fare la domanda, Lorenza aveva già spostato con le mani ricolme, la semola umida sul lemmo preparato al centro del tavolo e ne aveva presa altra, secca e ancora ruvida. Le dita allora ricominciavano a roteare, come dervisci instancabili sulle pareti svasate del grande recipiente.
Ancora acqua. Ancora semola.
Ancora semola.
"Eh nonna? cosa fai?"
Lorenza aveva imparato ad "incocciare" il cous cous da Stefana, la suocera, che negli ultimi anni di vita era rimasta a vivere nella casa del figlio. Il suo cous cous era il migliore che avesse mai mangiato, e da quando era tornata da Tunisi, quel piatto in famiglia si preparava solo alla sua maniera. "La semola quando è secca assomiglia alla sabbia del deserto. Stride tra le dita. Devi continuare a lavorarla con l'acqua salata fino a quando tra le mani non senti che i grani sono diventati morbidi e la stanza si riempie di profumo di amido. Allora la sposti e ne lavori altra". Così le aveva insegnato Stefana. Il segreto di un buon cous cous nasceva lì, dalla prima lavorazione della semola di grano.
“Oggi la nonna ti prepara il cous cous, quello che ti piace tanto”.
Aveva appena finito tutta la semola che aveva preparato sul tavolo e ora condiva con olio di oliva tutti quei granelli dorati, passandoli ancora tra le mani. Le dita, come setacci, più volte alzavano quella grana dal fondo del lemmo e la facevano scivolare di nuovo, ancora e ancora, come se, a furia di sfregare tra le sue mani, potesse trovarsi d’improvviso lo scintillio di una fiammella.
Giulia se la ricordava così la nonna di Trapani. Sempre a trafficare nella piccola cucina, tra profumi di cibo che sapevano di casa e i vapori di pentole accese a tutte le ore. D’estate arrivavano figli e nipoti nella casa grande al mare ed era lei a voler cucinare per tutti. Era il suo modo di dimostrare amore, a quei figli ormai lontani da lei e ai nipoti che vedeva raramente. Ogni anno crescevano di più e faceva fatica a riconoscerli quando, ai binari del treno, le buttavano le braccia al collo.
Nel cucinino, la pentola a due piani era già pronta. Alloro, aglio, cipolla già lì, mentre la zuppa di pesce sobbolliva lenta nell'ultimo fornello, diffondendo per tutta la casa un frammento di mare.
Lorenza si affrettava a mettere la sua semola nella cuscusiera e svelta preparava la cuddura, fatta lì per lì, con un po' farina e acqua.
"Nonna, me ne dai un pezzetto che preparo la pizza per le mie bambole?" chiedeva Giulia alla vista del morbido impasto. "Solo un pochino però, perchè il resto mi serve a incollare le pentole". Giulia tra le mani tormentava il suo pezzetto di impasto mentre, incredula, assisteva alla costruzione del "totem" di pentole, che sul fornello, appoggiate una sull'altra, arrivavano quasi all'altezza della nonna.
Aggiunta di alloro e cipolla a pezzettini.
Fatto.
Non rimaneva che attendere la cottura.
Di quella preparazione, Giulia poteva ripercorrere tutti i passaggi nella sua memoria di bambina, uno ad uno. Quel che però continuava a ricordare con magia era il momento in cui la nonna la portava in camera da letto a vedere il cous cous che dormiva.
Finita la cottura, Lorenza rovesciava nuovamente la semola nel lemmo e la condiva con il brodo bollente della zuppa di pesce. Poi, con mestoli e palette di legno, costruiva una rudimentale impalcatura sui bordi del grande piatto perchè il panno con cui copriva il cous cous non ci finisse dentro. Una coperta pesante, marrone a fiori giallastri, copriva infine la magica cupola brunelleschiana che la nonna appoggiava sul suo letto matrimoniale, ultimo gesto di un rito sacrale. Poi, usciva dalla camera da letto e si chiudeva la porta dietro le spalle. Guardava Giulia portando il dito indice davanti alla bocca e ogni volta le diceva: "Chiudiamo la porta che ora il cous cous deve dormire fino all'ora di pranzo".
Giulia ritornò nella casa di Lorenza e del nonno Gaspare dopo molti anni dalla loro morte, quando i figli avevano deciso che quella casa andava svuotata prima che le tarme lo facessero al posto loro. Ci andò per accompagnare sua madre, Stefania. Ci andò per aiutarla. Alla fine di quella giornata si portò via la "cuscusiera" di Lorenza. L'aveva trovata in fondo alla dispensa della cucina, aprendo le ante del mobile che conservavano ancora un antico profumo di spezie. Sua madre a casa aveva una cuscusiera più moderna, una tutta in alluminio, dove gli incastri tra i due pezzi erano talmente precisi da rendere superflua la preparazione di qualunque sigillo. Giulia non sapeva come avrebbe portato a casa quel pesante arnese da cucina, ma ci teneva ad averlo. Era davvero l'unico oggetto che avrebbe voluto conservare in ricordo di sua nonna.
Il cous cous, quello vero, quello condito con la zuppa di pesce, preparato secondo la ricetta di Lorenza, Giulia continua a mangiarlo a casa di sua mamma Stefania. Lo prepara un paio di volte l'anno, in genere per le grandi occasioni. Cucinare è sempre stato un suo modo di dimostrare amore e di raccogliere attorno alla tavola figli e nipoti.
Negli anni, con l'impegno di lavoro e famiglia, Stefania non era riuscita a preparare quel piatto della tradizione familiare se non di rado, mantenendo il rituale di sempre. Cedere a precotti e preparati, quasi un tradimento. Ogni anno, di rientro dalle vacanze estive, portava qualche chilo di semola di grano duro dalla Sicilia , conservandola con cura perchè durasse un anno, fino al viaggio successivo.
Giulia pensò che quarant'anni fossero l'età giusta per provare a preparare l'antico piatto che era stato di Stefana e poi di Lorenza, e infine di sua madre. Voleva fare una festa con amici e farsi un regalo. Quel giorno, guidata dal ricordo dei gesti che aveva visto fare tante volte a sua nonna e poi a sua madre, provò a lavorare quella semola di grano per la prima volta.
Semola secca come la sabbia del deserto.
Acqua salata.
Semola umida e morbida tra le mani.
Olio di oliva.
Semola unta e lucida tra setacci di dita.
Profumo di amido nella sua cucina.
Giulia, nel giorno dei suoi quarant'anni, muoveva le mani nella mafaradda come aveva visto fare tante volte, come le sembrava di saper fare da sempre.
"Mamma cosa stai facendo?", chiese Sara mentre si avvicinava al tavolo della cucina lasciando cadere il pupazzetto che aveva tra le mani. Si arrampicò sulla sedia. I granelli che si rincorrevano nel grande recipiente, mossi delle dita di Giulia, la divertivano molto. Sara arrotolava già le maniche della maglietta lungo le piccole braccia paffute, pronta a cimentarsi in quel nuovo gioco.
"Mamma, posso provare anch'io?"
Prima di raggiungere la tomba di famiglia, Giulia si fermava sempre qualche minuto davanti alla dimora di donna Stefana, sposa e madre premurosa. Le portava un garofano rosso che lasciava sulla pietra, sgualcita dagli anni e dal vento salmastro. Una vecchia fotografia dai contorni sfumati, la coglieva con spalle erette, inamidate dal bavero dell’abito scuro. Il suo sguardo di Madonna, attraversava senza fermarsi chi lo osservava, per posarsi più in là, oltre la siepe di bosso. Giulia, si incantava davanti a quell’immagine capace di richiamare nella sua fantasia le note di un valzer, consumato nei saloni descritti da Tommaso di Lampedusa. Solo la pelle seccata dal sole e i lunghi capelli scuri, raccolti alla buona dietro la nuca, tradivano quel volto e quei salotti.
Stefana fu madre di dieci figli. Lasciò la sua città e gli affetti per seguire Giuseppe, suo marito, quando partì per l’Africa i primi anni del secolo scorso. Di mestiere faceva lo scalpellino, ma i soldi che portava a casa non bastavano. “A Tunisi ve ne dovete andare. Là farete fortuna e magari più di dieci figli potrete mantenere”, gli dicevano quelli che ne sapevano sempre una più degli altri. Stefana i suoi bambini li avrebbe portati tutti con sè. Nemmeno Vita, la più piccola, avrebbe lasciato alla sorella, perchè sentiva che non sarebbe partita tutta intera se l'avesse fatto.
Il viaggio per mare durò un giorno intero. La nave, carica di Mediterraneo, trasportava sogni e speranze, paure e nostalgie.
Giuseppe trovò subito un lavoro e una casa, alla Goletta, nel quartiere degli italiani, a nord di Tunisi. Anche Stefana dovette lavorare. Un mestiere per lei non c'era, ma aveva sempre cucinato e quello sapeva fare. Trovò lavoro prima come lavapiatti in una taverna, solo mezza giornata. Poi cominciò ad aiutare anche in cucina, rubando dalle pentole i sapori di spezie nord Africane.
Per fare un buon cous cous, serve per prima cosa della semola di grano duro a grana grossa, acqua, sale e olio di oliva. Serve anche una “mafaradda”, un grande bacile in terracotta smaltata, con fondo piatto e bordi alti e svasati dove inizia la lavorazione della semola. Quella già elaborata viene adagiata in una specie di grande piatto piano in terracotta smaltata con i bordi rialzati, il “lemmo”.
Quando si prepara il cous cous più che eseguire una ricetta, si pratica un vero e proprio rituale. Si comincia con un pugno di semola alla volta, mescolata con acqua salata, aggiunta in piccole quantità. La semola va manipolata con le dita descrivendo dei cerchi sul fondo della mafaradda fino a quando tutta l’acqua non viene assorbita. La semola idratata, a questo punto, ha grani più grossi che si spostano, via via nel lemmo. Si continua così fino ad esaurire tutta la semola a disposizione. Si procede poi a versare l'olio d'oliva, a filo, sulla semola "incocciata" e si continua a lavorare sfregandola tra i palmi delle mani, fino a che tutti i granelli non sono unti e ben sgranati.
La cottura della semola viene fatta lentamente, a vapore. Richiede l'uso di una pentola particolare formata da un recipiente che sta sotto, a contatto con la fiamma, che contiene l'acqua salata, sul quale viene appoggiato una sorta di scolapasta in terracotta con coperchio, la "cuscusiera", che contiene la semola. La pentola e lo scolapasta vengono sigillati tra loro con un impasto morbido, preparato con farina e acqua, la "cuddura", che, applicato sul punto di contatto tra i due elementi, assicura che il vapore non venga disperso ed esca solo attraverso i fori della cuscusiera per idratare la semola. La cottura richiede due ore e mezza circa, tempo durante il quale la semola, condita con alcuni ingredienti, viene mescolata più volte avendo cura, prima di rimettere il coperchio, di praticare dei fori aiutandosi con il manico di una paletta di legno, i "camini", che favoriscono il diffondersi del vapore tra tutti i granelli.
Trascorso questo tempo e preparata contemporaneamente la zuppa di pesce, la semola viene rovesciata nuovamente nel "lemmo", idratata con il brodo della zuppa molto caldo e lasciata insaporire con questo condimento ancora per un paio d'ore, coperta da un panno spesso che ne conservi il calore per tutto quel tempo.
Le mani di Lorenza mescolavano rapide i piccoli grani d'oro nel recipiente in terracotta.
Giulia, in punta di piedi accanto a lei, cercava di seguire quella magica roulette, dove la semola correva rapida sulle pareti di smalto della grande mafaradda.
"Nonna cosa fai?".
Prima ancora che Giulia finisse di fare la domanda, Lorenza aveva già spostato con le mani ricolme, la semola umida sul lemmo preparato al centro del tavolo e ne aveva presa altra, secca e ancora ruvida. Le dita allora ricominciavano a roteare, come dervisci instancabili sulle pareti svasate del grande recipiente.
Ancora acqua. Ancora semola.
Ancora semola.
"Eh nonna? cosa fai?"
Lorenza aveva imparato ad "incocciare" il cous cous da Stefana, la suocera, che negli ultimi anni di vita era rimasta a vivere nella casa del figlio. Il suo cous cous era il migliore che avesse mai mangiato, e da quando era tornata da Tunisi, quel piatto in famiglia si preparava solo alla sua maniera. "La semola quando è secca assomiglia alla sabbia del deserto. Stride tra le dita. Devi continuare a lavorarla con l'acqua salata fino a quando tra le mani non senti che i grani sono diventati morbidi e la stanza si riempie di profumo di amido. Allora la sposti e ne lavori altra". Così le aveva insegnato Stefana. Il segreto di un buon cous cous nasceva lì, dalla prima lavorazione della semola di grano.
“Oggi la nonna ti prepara il cous cous, quello che ti piace tanto”.
Aveva appena finito tutta la semola che aveva preparato sul tavolo e ora condiva con olio di oliva tutti quei granelli dorati, passandoli ancora tra le mani. Le dita, come setacci, più volte alzavano quella grana dal fondo del lemmo e la facevano scivolare di nuovo, ancora e ancora, come se, a furia di sfregare tra le sue mani, potesse trovarsi d’improvviso lo scintillio di una fiammella.
Giulia se la ricordava così la nonna di Trapani. Sempre a trafficare nella piccola cucina, tra profumi di cibo che sapevano di casa e i vapori di pentole accese a tutte le ore. D’estate arrivavano figli e nipoti nella casa grande al mare ed era lei a voler cucinare per tutti. Era il suo modo di dimostrare amore, a quei figli ormai lontani da lei e ai nipoti che vedeva raramente. Ogni anno crescevano di più e faceva fatica a riconoscerli quando, ai binari del treno, le buttavano le braccia al collo.
Nel cucinino, la pentola a due piani era già pronta. Alloro, aglio, cipolla già lì, mentre la zuppa di pesce sobbolliva lenta nell'ultimo fornello, diffondendo per tutta la casa un frammento di mare.
Lorenza si affrettava a mettere la sua semola nella cuscusiera e svelta preparava la cuddura, fatta lì per lì, con un po' farina e acqua.
"Nonna, me ne dai un pezzetto che preparo la pizza per le mie bambole?" chiedeva Giulia alla vista del morbido impasto. "Solo un pochino però, perchè il resto mi serve a incollare le pentole". Giulia tra le mani tormentava il suo pezzetto di impasto mentre, incredula, assisteva alla costruzione del "totem" di pentole, che sul fornello, appoggiate una sull'altra, arrivavano quasi all'altezza della nonna.
Aggiunta di alloro e cipolla a pezzettini.
Fatto.
Non rimaneva che attendere la cottura.
Di quella preparazione, Giulia poteva ripercorrere tutti i passaggi nella sua memoria di bambina, uno ad uno. Quel che però continuava a ricordare con magia era il momento in cui la nonna la portava in camera da letto a vedere il cous cous che dormiva.
Finita la cottura, Lorenza rovesciava nuovamente la semola nel lemmo e la condiva con il brodo bollente della zuppa di pesce. Poi, con mestoli e palette di legno, costruiva una rudimentale impalcatura sui bordi del grande piatto perchè il panno con cui copriva il cous cous non ci finisse dentro. Una coperta pesante, marrone a fiori giallastri, copriva infine la magica cupola brunelleschiana che la nonna appoggiava sul suo letto matrimoniale, ultimo gesto di un rito sacrale. Poi, usciva dalla camera da letto e si chiudeva la porta dietro le spalle. Guardava Giulia portando il dito indice davanti alla bocca e ogni volta le diceva: "Chiudiamo la porta che ora il cous cous deve dormire fino all'ora di pranzo".
Giulia ritornò nella casa di Lorenza e del nonno Gaspare dopo molti anni dalla loro morte, quando i figli avevano deciso che quella casa andava svuotata prima che le tarme lo facessero al posto loro. Ci andò per accompagnare sua madre, Stefania. Ci andò per aiutarla. Alla fine di quella giornata si portò via la "cuscusiera" di Lorenza. L'aveva trovata in fondo alla dispensa della cucina, aprendo le ante del mobile che conservavano ancora un antico profumo di spezie. Sua madre a casa aveva una cuscusiera più moderna, una tutta in alluminio, dove gli incastri tra i due pezzi erano talmente precisi da rendere superflua la preparazione di qualunque sigillo. Giulia non sapeva come avrebbe portato a casa quel pesante arnese da cucina, ma ci teneva ad averlo. Era davvero l'unico oggetto che avrebbe voluto conservare in ricordo di sua nonna.
Il cous cous, quello vero, quello condito con la zuppa di pesce, preparato secondo la ricetta di Lorenza, Giulia continua a mangiarlo a casa di sua mamma Stefania. Lo prepara un paio di volte l'anno, in genere per le grandi occasioni. Cucinare è sempre stato un suo modo di dimostrare amore e di raccogliere attorno alla tavola figli e nipoti.
Negli anni, con l'impegno di lavoro e famiglia, Stefania non era riuscita a preparare quel piatto della tradizione familiare se non di rado, mantenendo il rituale di sempre. Cedere a precotti e preparati, quasi un tradimento. Ogni anno, di rientro dalle vacanze estive, portava qualche chilo di semola di grano duro dalla Sicilia , conservandola con cura perchè durasse un anno, fino al viaggio successivo.
Giulia pensò che quarant'anni fossero l'età giusta per provare a preparare l'antico piatto che era stato di Stefana e poi di Lorenza, e infine di sua madre. Voleva fare una festa con amici e farsi un regalo. Quel giorno, guidata dal ricordo dei gesti che aveva visto fare tante volte a sua nonna e poi a sua madre, provò a lavorare quella semola di grano per la prima volta.
Semola secca come la sabbia del deserto.
Acqua salata.
Semola umida e morbida tra le mani.
Olio di oliva.
Semola unta e lucida tra setacci di dita.
Profumo di amido nella sua cucina.
Giulia, nel giorno dei suoi quarant'anni, muoveva le mani nella mafaradda come aveva visto fare tante volte, come le sembrava di saper fare da sempre.
"Mamma cosa stai facendo?", chiese Sara mentre si avvicinava al tavolo della cucina lasciando cadere il pupazzetto che aveva tra le mani. Si arrampicò sulla sedia. I granelli che si rincorrevano nel grande recipiente, mossi delle dita di Giulia, la divertivano molto. Sara arrotolava già le maniche della maglietta lungo le piccole braccia paffute, pronta a cimentarsi in quel nuovo gioco.
"Mamma, posso provare anch'io?"
La Postazione di Vita
Da quando Claudia è venuta a trovarmi nella mia postazione di scrittura ci sono dei quaderni de Il Merlo Indiano e una bellissima finestra rossa aperta su cielo e mare. L'ho messa accanto alla finestra vera e propria che le persiane non le chiude mai e mi fa vedere le stelle o la luna bellissima, e l'astrobleta è venuto da lì. Più su dalla finestra rossa una bambina nell'erba che potrei essere io ma non sono io. Io sono nell' AMO LA VITA, estremo tenero tentativo di conquista di un corteggiatore dei mie diciassette anni. Se solo non si fosse presentato ad un appuntamento con la divisa e la pistola di ordinanza! Pensava di impressionarmi e m'impressionò.
sabato 12 novembre 2011
Bologna è un crocevia
Bologna è un crocevia bellissimo. O la vita stessa lo è.
Dopo aver passeggiato con Giusy e Mauro sotto i portici bolognesi, dopo esser salita su a San Luca con Claudia, dopo aver visto la mostra di Stefano Faravelli, è la volta di reincontrare Andrea Bocconi.
Dopo aver passeggiato con Giusy e Mauro sotto i portici bolognesi, dopo esser salita su a San Luca con Claudia, dopo aver visto la mostra di Stefano Faravelli, è la volta di reincontrare Andrea Bocconi.
Il Merlo di Mauro
Oggi ho redarguito Mauro perché il merlo non era ancora nel blog...accidenti alla stanchezza! Era lì sornionissimo, avendo persino imbrattato il blog d'inchiostro, ed io non l'avevo ancora visto. Grazie, Mauro.
La Mia Vita in Sei Parole
QUEL NATALE CON LE STELLE CADENTI.
Questa la mia vita in sei parole, il concorso segnalato da Claudia indetto da piazzaemezza - nottetempo.
Sei parole sono davvero poche, avevo pensato subito. Poi mi sono accorta che tolto un pronome, tolto un articolo e tolta una preposizione le parole della mia vita sono tre, o forse due se si considera cadenti come una qualificazione di stelle. Sono convinta ora che uno la propria vita la potrebbe descivere anche solo con una parola, anche solo con Vita, nel caso.
martedì 1 novembre 2011
Sono un' Astrobleta
L'insonnia è più feroce se il cielo è stellato. D'estate non dormo mai.
Per il caldo, direte. No, per le stelle.
Per il caldo, direte. No, per le stelle.
Ho atteso l'autunno ed è arrivato. Ma un cane che abbaia nella notte disturba quello che deve essere il mio sonno poi, se il cielo è limpido, l'ululato è nitido pure quello.
Oggi sono andata dal dottore, credo ormai d'avere le allucinazioni.
Non dormo più, gli ho detto. Un cane disturba il mio sonno.
Allontani il cane, suggerisce.
Dottore, non ho cani.
Sarà quello dei vicini.
Lo guardo stralunata e lui pure. Non sono così scema da andare dal medico se un cane si mette ad abbaiare nella notte. Il dottore capisce il mio pensiero. Ed io il suo. E no, non faccio uso di sostanze stupefacenti. No, non ho mai fumato in vita mia, neanche per provare. La sua bocca resta aperta in una smorfia di parola che continuo con no, non sto prendendo farmaci. E di nuovo no, non ho mai sofferto di allucinazioni. No, non ho altri disturbi. Eppoi no, l'insonnia non mi disturba se proprio devo dirla tutta.
Da quanto tempo abbaia il cane? mi chiede
Ogni notte, da fine luglio. In questo periodo abbaia nelle prime ore della notte.
Ma ha la finestra aperta?
La finestra è chiusa, naturale. Fa freddo. Non chiudo le persiane per non sprecare la notte...
...per non sprecare la notte?
Be', sì. Se proprio devo stare sveglia almeno mi guardo le stelle. In questo periodo ci sono le sette sorelle...
...le Pleiadi?
Sì, loro. Ma...
...si ricorda se d'estate il suo cane abbia abbaiato in orari diversi?
Dottore, le ripeto che non ho un cane.
Certo, certo, il cane che sente, intendevo.
Di notte...al mattino. Rabbioso nelle giornate che si sarebbero rivelate le più calde.
Come fa a dirlo con precisione?
Dottore, nel cielo c'è un'opera maestosa che è la costellazione di Orione, se fosse un uomo ne sarei innamorata. E d'estate la si vede al mattino, in autunno al calare delle notte.
Il Dottore ha un sussulto.
Vita, sa dirmi cos'altro vede nel cielo?
Accidenti! il Cane di Orione...
Non soffro d'insonnia e non ho le allucinazioni. Sono un'astrobleta, colpita dalle stelle.
Un Cane abbaia sempre nella mia notte.
Un Cane abbaia sempre nella mia notte.
Iscriviti a:
Post (Atom)