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Improvvisamente si azzittirono, tutti insieme. Era entrata. La pesante porta di ferro aveva ringhiato via la ruggine, dopo tutto quel silenzio. Rimasero col fiato sospeso, mentre i passi incerti raggiungevano il contatore della luce sulle scale. Il fruscio di rami e foglie che ondeggiava nelle vetrate scomparve, diventò tutto nero, fuori, mentre la casa diventava una grande lanterna nel bosco.
Si guardarono, quelli che dividevano la stanza, chi con uno sguardo deciso, chi con la coda dell’occhio, tutti complici di un silenzio. Chi era stato colto di sorpresa in una stanza lontana e, per di più chiusa, dovette smettere di comunicare a voce alta. Chi era momentaneamente in una posizione sconveniente, dovette rimanere immobile e aderire al patto secolare con gli altri per non farsi scoprire.
Tutti, nessuno escluso, sentirono il TAC della levetta del contatore. Tutti percepirono la luce giù all’ingresso e su per le scale. La corrente fece ronzare il frigo e anche lo scaldabagno cominciò a funzionare. Era arrivata, era lei, lo sapevano. L’aveva detto a voce alta, l’altra volta, che sarebbe ritornata, che non aveva finito. I passi erano quelli e, dopo anni di assenza ingiustificata, ora che un po’ c’era rimasta lì con loro, era di nuovo di famiglia e la riconoscevano.
Avevano preparato un trabocchetto facile facile, per evitare che la sua promessa si allungasse troppo nel tempo e, non ci potevano credere: aveva funzionato. Una smorfia di sorriso trattenuto, piegò l’angolo della bocca della signora severa coi capelli grigi, e anche il sopracciglio di suo marito si alzò, mentre un baffetto nero e malizioso faceva un rapido movimento.
Una persiana vecchia e malandata si era aperta da sola, qualche giorno fa, l’aveva vista uno sguardo attento, che aveva prontamente chiamato chi di dovere affinché venisse a chiuderla prima del cambio di stagione..e già, la diffidenza rendeva le cose un po’ complicate. Più cornette si alzarono e si abbassarono, mentre il messaggio correva lungo i fili fino al destinatario prescelto. Fantastico, muovere ancora i fili di quella che era la LORO famiglia, la LORO casa era proprio un gioco da ragazzi, di questi tempi, e loro si divertivano a vestire i panni irriverenti e leggeri dell’adolescenza. Gli scherzi telefonici, erano forse questi? Ne avevano sentito parlare, ma chi lo aveva usato mai, il telefono, per fare scherzi?
“Buona sera, sono tornata! Vi sono mancata?”
La voce era stata decisa, forte e chiara. La domanda impertinente, dichiarava una confidenza che non si spiegarono, lì su due .. piedi. Si rivolgeva a loro, era chiaro. Li aveva scoperti? Come era possibile, erano stati attenti. Cominciò a serpeggiare la diffidenza: chi di loro si era fatto cogliere con le mani nel sacco? Prima che lei girasse l’angolo, la Signora fulminò suo marito, che palesò un “non sono stato io” con gli occhi e subito si girò verso la figlia. Lei, con la sua posizione plastica da sirena, li guardò entrambi, il padre direttamente, la madre con la coda dell’occhio destro (a fatica, dalla posizione che avevano entrambe) e con una dolcezza che era rimasta incollata alla sua espressione da una vita o forse più, li convinse della fedeltà ai patti, sua e del suo sposo che la attendeva da troppo tempo nella loro alcova nuziale, solo.
L’ospite, inattesa così presto, salì gli ultimi gradini della scala marmorea e accese la luce nel corridoio. Posò velocemente i bagagli sulla cassapanca, per catturare un lucido scorpione, la cui sagoma netta si stagliava sull’intonaco bianco. Era lì, fermo, poco più a destra della lesione nel muro, poco più in giù della finestra che si apriva sul buio. Ci pensò su e decise di aprire la finestra e restituire al bosco quel clandestino, prima che potesse muovere la coda e farle cambiare idea. Mentre richiudeva il bosco fuori con la sua aria profumata, piena di grilli e stelle, un cane, lontano nella notte, abbaiò.
Li andò a salutare tutti, uno ad uno: il ritratto della bisnonna Maria, quello piccolo del bisnonno Tullio, la tela che campeggiava nella sala della torre, con nonna Amalia in posa su una roccia tra fichi d’india e mare blu. Il suo sorriso e quello sguardo nocciola, scuro e lucido le ricordavano qualcosa. Qualcosa o qualcuno che conosceva bene, con cui divideva le sue giornate da sempre.
Arrivò fino nella camera in fondo, aprì la porta con un certo timore, accendendo l’interruttore della luce. Raggiunse il cassettone e salutò con riverenza nonno Riccardo, cercando i suoi occhi chiari di giovane e prestante uomo d’altri tempi, ma lui sembrava non vederla, dalla sua fotografia artistica in bianco e nero. Il suo sguardo la attraversava in un punto imprecisato tra collo, spalla e petto e lei si chiese se ci si sentisse così, ad essere un fantasma.

iddu
Io a Ginostra ci sono arrivata con mille ansie un anno fa,la pancia mi diceva delle cose che la testa interpretava in senso errato.
La testa mi accusava di sentire
di sentirmi viva
e di sentire questa vita rimescolarmi e allontanarmi dalla mia vita apparente.
E’ come un colpo di fulmine
quello che mi è accaduto in quella parte selvatica
di un'isola
che è un vulcano in attività.
Sono arrivata guardandolo con sospetto, temendolo.
Lui era una presenza
una specie di semidio
una potenza virile e al contempo femminile, generava continuamente nuova vita:
la natura nella sua massima espressione.
Iddu, lo chiamano gli isolani.
Il suo tuono che echeggiava di tanto in tanto
era un richiamo fortissimo, un urlo profondo.
La casa che mi ospitava aveva porte e finestre sempre aperte
di giorno
di notte
se c'eravamo o se non c'eravamo
la casa era aperta.
Sentivo le persone che parlavano nelle altre case
tutti sanno tutto là, e non c'è nulla di male
risuonava il raglio dell'asino dalla campagna
spesso veniva ad annusarci un cane
aspettava vicino all'ingresso del patio il nostro permesso ad entrare.
L'alba era annunciata dal gallo, come nelle migliori tradizioni.
Non avevo mai dormito in maniera così libera
neanche in tenda, neanche in barca.
Il breve viale sterrato che si staccava dalla strada selciata
costeggiava una casa rosa abbandonata prima di arrivare alla nostra.
L'assenza di luce elettrica (solo una lampadina, in cucina, una presa di corrente e un frigo)
e la mancanza di comodità
ti costringevano a ritornare ad un contatto reale con la natura
con i suoi cicli, con i suoi silenzi, i suoi odori, con la sua luce e le sue stelle a perdita d'occhio
ti riappropriavi del gusto di rispettarla, di curarla di amarla.
Sapevo che era una condizione privilegiata
quella di poter vivere quella esperienza
sapevo che sarei tornata alla mia vita di sempre.
Come mi illudevo facilmente, da lì a pochi giorni non ci sarebbe stata più neanche quella.
Però non mi esce da dentro
la completezza che ho sentito in questo posto magico
è come se avesse fatto l'amore con me
e mi avesse attraversata dal corpo fino all'anima
e si fosse mescolato con me per sempre.