lunedì 24 ottobre 2011

la mia vita in sei parole

Eccone un altro!! questo è piccolo piccolo, ragazzi, ma stimolante!!
Descrivi la tua vita o il tuo libro preferito in sei parole....
Scorrete il blog e a destra trovate le istruzioni
http://www.piazzaemezza.it/wp/Inserisci link

sabato 22 ottobre 2011

Pausa Caffè, racconti musicali da bere in un sorso

Vi segnalo un concorso delle Edizioni Mobydick che da sempre cerca di dare spazio agli autori di racconti - sia pubblicando raccolte e antologie, sia dedicando ogni anno un numero della rivista “Tratti” alla narrativa breve.  “Pausa Caffè” è uno spazio, una rubrica fissa, che ogni 15 giorni metterà in rete un testo, breve ma sufficiente per dedicare qualche minuto a noi stessi.
Di seguito il link al regolamento

http://www.mobydickeditore.it/moby/index.php?option=com_content&view=article&id=50

giovedì 20 ottobre 2011

Chi tira i fili?

Improvvisamente si azzittirono, tutti insieme. Era entrata. La pesante porta di ferro aveva ringhiato via la ruggine, dopo tutto quel silenzio. Rimasero col fiato sospeso, mentre i passi incerti raggiungevano il contatore della luce sulle scale. Il fruscio di rami e foglie che ondeggiava nelle vetrate scomparve, diventò tutto nero, fuori, mentre la casa diventava una grande lanterna nel bosco.

Si guardarono, quelli che dividevano la stanza, chi con uno sguardo deciso, chi con la coda dell’occhio, tutti complici di un silenzio. Chi era stato colto di sorpresa in una stanza lontana e, per di più chiusa, dovette smettere di comunicare a voce alta. Chi era momentaneamente in una posizione sconveniente, dovette rimanere immobile e aderire al patto secolare con gli altri per non farsi scoprire.

Tutti, nessuno escluso, sentirono il TAC della levetta del contatore. Tutti percepirono la luce giù all’ingresso e su per le scale. La corrente fece ronzare il frigo e anche lo scaldabagno cominciò a funzionare. Era arrivata, era lei, lo sapevano. L’aveva detto a voce alta, l’altra volta, che sarebbe ritornata, che non aveva finito. I passi erano quelli e, dopo anni di assenza ingiustificata, ora che un po’ c’era rimasta lì con loro, era di nuovo di famiglia e la riconoscevano.

Avevano preparato un trabocchetto facile facile, per evitare che la sua promessa si allungasse troppo nel tempo e, non ci potevano credere: aveva funzionato. Una smorfia di sorriso trattenuto, piegò l’angolo della bocca della signora severa coi capelli grigi, e anche il sopracciglio di suo marito si alzò, mentre un baffetto nero e malizioso faceva un rapido movimento.

Una persiana vecchia e malandata si era aperta da sola, qualche giorno fa, l’aveva vista uno sguardo attento, che aveva prontamente chiamato chi di dovere affinché venisse a chiuderla prima del cambio di stagione..e già, la diffidenza rendeva le cose un po’ complicate. Più cornette si alzarono e si abbassarono, mentre il messaggio correva lungo i fili fino al destinatario prescelto. Fantastico, muovere ancora i fili di quella che era la LORO famiglia, la LORO casa era proprio un gioco da ragazzi, di questi tempi, e loro si divertivano a vestire i panni irriverenti e leggeri dell’adolescenza. Gli scherzi telefonici, erano forse questi? Ne avevano sentito parlare, ma chi lo aveva usato mai, il telefono, per fare scherzi?

“Buona sera, sono tornata! Vi sono mancata?”

La voce era stata decisa, forte e chiara. La domanda impertinente, dichiarava una confidenza che non si spiegarono, lì su due .. piedi. Si rivolgeva a loro, era chiaro. Li aveva scoperti? Come era possibile, erano stati attenti. Cominciò a serpeggiare la diffidenza: chi di loro si era fatto cogliere con le mani nel sacco? Prima che lei girasse l’angolo, la Signora fulminò suo marito, che palesò un “non sono stato io” con gli occhi e subito si girò verso la figlia. Lei, con la sua posizione plastica da sirena, li guardò entrambi, il padre direttamente, la madre con la coda dell’occhio destro (a fatica, dalla posizione che avevano entrambe) e con una dolcezza che era rimasta incollata alla sua espressione da una vita o forse più, li convinse della fedeltà ai patti, sua e del suo sposo che la attendeva da troppo tempo nella loro alcova nuziale, solo.

L’ospite, inattesa così presto, salì gli ultimi gradini della scala marmorea e accese la luce nel corridoio. Posò velocemente i bagagli sulla cassapanca, per catturare un lucido scorpione, la cui sagoma netta si stagliava sull’intonaco bianco. Era lì, fermo, poco più a destra della lesione nel muro, poco più in giù della finestra che si apriva sul buio. Ci pensò su e decise di aprire la finestra e restituire al bosco quel clandestino, prima che potesse muovere la coda e farle cambiare idea. Mentre richiudeva il bosco fuori con la sua aria profumata, piena di grilli e stelle, un cane, lontano nella notte, abbaiò.

Li andò a salutare tutti, uno ad uno: il ritratto della bisnonna Maria, quello piccolo del bisnonno Tullio, la tela che campeggiava nella sala della torre, con nonna Amalia in posa su una roccia tra fichi d’india e mare blu. Il suo sorriso e quello sguardo nocciola, scuro e lucido le ricordavano qualcosa. Qualcosa o qualcuno che conosceva bene, con cui divideva le sue giornate da sempre.

Arrivò fino nella camera in fondo, aprì la porta con un certo timore, accendendo l’interruttore della luce. Raggiunse il cassettone e salutò con riverenza nonno Riccardo, cercando i suoi occhi chiari di giovane e prestante uomo d’altri tempi, ma lui sembrava non vederla, dalla sua fotografia artistica in bianco e nero. Il suo sguardo la attraversava in un punto imprecisato tra collo, spalla e petto e lei si chiese se ci si sentisse così, ad essere un fantasma.

lunedì 17 ottobre 2011

L'OSPITE D'OTTOBRE

È come ricevere una visita inaspettata. T’affretti a sgomberare la tavola dagli avanzi che la pigrizia ha lasciato lì, anche un po’ la stanchezza e il piacere di sonnecchiare in anticipo sulla notte. Non ha voluto preannunciarsi ma del resto l’ospite è così, che sia di casa, che sia del cuore, solo arriva.
La gente è stanca, parla al telefono, spudorata c’informa della propria vita e di cosa mangerà a cena, sono appena le otto del mattino.
Sale da dietro, non le piace, ma l’autobus si ferma sempre più oltre la fermata. Arriva al centro e sceglie il posto prima della fisarmonica del lungo serpentone.
Sale davanti, di solito non fa differenza, ma oggi l’autista è donna. Al centro c’è un posto libero, singolo, prima della fisarmonica del lungo serpentone.
Sta guardando fuori per restare fuori. Torna dentro e gli avanzi dei pensieri vengono scaraventati chissà dove, c’è un ospite inaspettato.
Sta sedendosi sulla sua discrezione quando gli avanzi del pensiero lo lasciano da solo sulla soglia dei ricordi, c’è un’ospite inaspettata.
Impacciato.
Timida.
È sempre triste.
È sempre bello.
È sempre bella.
È sempre triste.
Un bacio è restato indietro di un respiro tra loro. L’ospite è lì. Oltre il respiro e con in mezzo la fisarmonica del lungo serpentone a suonare una melodia silenziosa, malinconica di nostalgia.
Guarda fuori. Resta fuori, ti prego!
Non guarda fuori. Guardami, ti prego!
Ancora la gente parla, non ha deciso per la cena e litiga e spinge e s’affretta all’uscita che tanto tutti si scende.
L’ospite tra un po’ se ne andrà come foglia che cade continuamente e s’adagia su un letto di altre foglie, avanzi d’una estate finita. Scende, anche dal cuore, senza spingere, senza fretta che tanto non si scende mai tutti. Regala un sorriso.
Sorride.
Somiglia a un giorno d’ottobre.
Sorride.
Manca del tempo ad ottobre.

( Scritto su di un autobus linea 13 una mattina di fine aprile, ve lo regalo per il mio compleanno. )

sabato 15 ottobre 2011

Volti

Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi
gli occhi assorti nel buio del respiro,
chi si è immerso nel fondo di pupilla
di una cernia intanata
dimenticando l'aria, chi ha legato
all'albero una tela e ha combinato
la rotta e la deriva, chi ha remato
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.

Erri De Luca

venerdì 14 ottobre 2011










iddu

Io a Ginostra ci sono arrivata con mille ansie un anno fa,

la pancia mi diceva delle cose che la testa interpretava in senso errato.

La testa mi accusava di sentire

di sentirmi viva

e di sentire questa vita rimescolarmi e allontanarmi dalla mia vita apparente.

E’ come un colpo di fulmine

quello che mi è accaduto in quella parte selvatica

di un'isola

che è un vulcano in attività.

Sono arrivata guardandolo con sospetto, temendolo.

Lui era una presenza

una specie di semidio

una potenza virile e al contempo femminile, generava continuamente nuova vita:

la natura nella sua massima espressione.

Iddu, lo chiamano gli isolani.

Il suo tuono che echeggiava di tanto in tanto

era un richiamo fortissimo, un urlo profondo.

La casa che mi ospitava aveva porte e finestre sempre aperte

di giorno

di notte

se c'eravamo o se non c'eravamo

la casa era aperta.

Sentivo le persone che parlavano nelle altre case

tutti sanno tutto là, e non c'è nulla di male

risuonava il raglio dell'asino dalla campagna

spesso veniva ad annusarci un cane

aspettava vicino all'ingresso del patio il nostro permesso ad entrare.

L'alba era annunciata dal gallo, come nelle migliori tradizioni.

Non avevo mai dormito in maniera così libera

neanche in tenda, neanche in barca.

Il breve viale sterrato che si staccava dalla strada selciata

costeggiava una casa rosa abbandonata prima di arrivare alla nostra.

L'assenza di luce elettrica (solo una lampadina, in cucina, una presa di corrente e un frigo)

e la mancanza di comodità

ti costringevano a ritornare ad un contatto reale con la natura

con i suoi cicli, con i suoi silenzi, i suoi odori, con la sua luce e le sue stelle a perdita d'occhio

ti riappropriavi del gusto di rispettarla, di curarla di amarla.

Sapevo che era una condizione privilegiata

quella di poter vivere quella esperienza

sapevo che sarei tornata alla mia vita di sempre.

Come mi illudevo facilmente, da lì a pochi giorni non ci sarebbe stata più neanche quella.

Però non mi esce da dentro

la completezza che ho sentito in questo posto magico

è come se avesse fatto l'amore con me

e mi avesse attraversata dal corpo fino all'anima

e si fosse mescolato con me per sempre.

giovedì 13 ottobre 2011

Vita

Nata d'ottobre
Nata d'autunno
su un letto di foglie stanche,
morte.
Adoro gli alberi e l'autunno e te che manchi da impazzire
vorrei gridarlo al mondo
invece come le foglie
morire.

lunedì 10 ottobre 2011

Incamminiamoci con Poesia
 
 L'albero e il cielo

Un albero vaga nella pioggia,
ci passa in fretta davanti nel grigio scrosciante.
Ha un affare da sbrigare.

Prende vita dalla pioggia
come un merlo in un frutteto.

Appena smette di piovere
l'albero si ferma.
S'intravede dritto e fermo nelle notti chiare,
come noi in attesa dell'istante
in cui fiocchi di neve si rovesciano nello spazio.

Tomas Transtromer 
Premio Nobel per la Letteratura 2011

Che la poesia, gli alberi camminanti e i merli siano di buon auspicio per un lungo viaggio insieme. Claudia


Il viaggio 
di Charles Baudelaire
 
Ma può dirsi un viaggiatore
solo chi parte per partire: lieve
ha il cuore e la somiglianza del pallone,
non si allontana mai dal suo destino,
senza saper perché dice: partiamo!