mercoledì 14 dicembre 2011

il suk






Ebbene si, l’ho lasciato “nature”. Al primo che dice che questo è disordine creativo, rispondo con un caffè pagato. Soffro di un disturbo di accumulo, che ciclicamente si alterna con la pericolosa sindrome “pulizie di pasqua”. Non conosco mezze stagioni: o c’è un ordine inquietante oppure un rassicurante bazaar. Considerate che quello che vedete qui raffigurato ha appena superato un riordino, la settimana scorsa, per impossibilità di manovre e pericolo di crolli.
Il mio studio attuale l’ho ricavato nella stanza di servizio attigua alla cucina, un cubetto luminosissimo, affacciato su un ampio cortile interno. Posizione strategica, vicino alle vie di fuga, alla cambusa e dotato anche di balcone e bagno: in pratica una tana completa ed autosufficiente. Manca solo un giaciglio, per fortuna non c’è spazio.
Il tavolo ampio mi consente di poter lavorare al mio pc fisso (con monitor, fondamentale per disegnare al cad senza perdere altre diottrie) e parallelamente avere dello spazio libero sulla sinistra, dato che sono mancina, per schizzare, scrivere, tenere fogli o manuali per consultazione. Il tavolo era già qui, prima che io arrivassi e, seppur da me un po’ snobbato, ammetto che assolve alla sua funzione egregiamente,tanto da meritare un restyling, previsto per la collezione primavera estate 2012.
La profusione di sedie originali in plastica anni 70 (qui ne vedete solo tre) la devo a mio padre: quando è andato in pensione e ha sgomberato il suo studio medico, ha tenuto le sedie della sala d’attesa .. e delle poltrone molto pop, verde brillante, che ora arredano il mio salotto. Il pezzo forte, però, è Boby, un carrello multitasking della stessa epoca che invece mi regalò mio nonno. Era suo e mi ha accompagnato per tutta l’università fino ad oggi, raccogliendo strumenti che oggi non si usano più come un tempo: rotoli di carta lucida, rotring, compassi, squadrette, righe, goniometri, la campana per fare la punta alle mine, portamine, normografi, curvilinee, retini, lamette…ecc. Ho nascosto, fra questi strumenti che naturalmente conservo (avevate dubbi?), poesie, citazioni, frasi , foto e ricordi. Sono una inguaribile nostalgica e adoro trovare inaspettatamente delle cose che non c’entrano niente dentro ai cassetti, funzionali ad un ricambio idrico ciclico (presente il troppo-pieno della cassetta del water?).
Come potete notare, lo spazio a sinistra del tavolo, di cui sopra, è occupato dal portatile, lo strumento che prediligo per scrivere. Infatti, se è vero che ho sempre con me almeno un taccuino e una bic per appuntare delle cose o per scrivere di getto quello che ho sulla punta delle dita, è al computer che riesco a dar forma ai miei scritti. Sarà poco poetico, ma è la realtà. Due scatoline di latta fanno da portapenne e portamatite..mentre un barattolo di conserva contiene i pennelli. La cartina aperta era di una rassegna di fotografia sparsa in vari atelier romani, che stavo spulciando. Le foto sul davanzale ritraggono Luca al mare in Calabria a tre anni, mio nonno Riccardo, mentre le due cartoline alla parete sono le opere di due artisti: la scultura di donna è di una mia zia. Foto, acquerelli, appunti, biglietti, caramelle … sul pc una foto della casa alla Rocca..cui sono particolarmente legata e teatro di numerosi miei scritti.
Generalmente, fuori casa, scrivo a mano al tavolino di un caffè solo se sono in viaggio e, se per caso mi capita qui in città, mi sembra di stare in vacanza (o di starmi concedendo un gran lusso). E’ capitato su una panchina in un parco, ma lo trovo scomodo, anche se non sempre posso accovacciarmi a terra, cosa che preferisco. Qualche volta scrivo al centro sportivo dell’Oratorio San Paolo, mentre aspetto Luca che gioca a basket, in mezzo ad una moltitudine di ragazzi, ragazzini, genitori e allenatori, impegnati in elaborazioni tattiche e discussioni metodologiche. Mi piace molto l'ambiente sportivo e trovo che ci sia un'aria stimolante e positiva. In treno, in nave, in aereo (lì però è terapeutico, mi aiuta a superare le mie paure, distraendomi) c’è sempre un momento dedicato alla scrittura, a suo tempo in barca, a prua da sola contro il mare, declinazione del mio posto preferito, sulla sabbia o su uno scoglio, in qualsiasi stagione, ma a patto che tra me e il mare ci siano solo la penna e la carta.

martedì 13 dicembre 2011

Elogio dei piedi


Perchè reggono l'intero peso

Perchè sanno tenersi su appoggi e appigli minimi

Perchè sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare

Perchè portano via

Perchè sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta

Perchè sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali

Perchè scalzi sono belli

Perchè sanno piantarsi in mezzo alla strada come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica

Perchè sanno giocare con la palla e sanno nuotare

Perchè per qualche popolo pratico erano un'unità di misura

Perchè quelli di donna facevano friggere i versi di Puskin

Perchè gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante

Perchè sanno pregare dondolandosi davanti ad un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio

Perchè mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo

Perchè sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella

Perchè non sanno annusare e non impugnano armi

Perchè sono stati crocifissi

Perchè anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l'appoggio

Perchè come le capre amano il sale

Perchè non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.


da Altre prove di risposta di Erri de Luca, Napoli 2008


giovedì 8 dicembre 2011

Bologna ombelico di tutto

Così cantava Guccini. Già. Che sorpresa incontrare per caso anche Carlo al commovente ultimo concerto del maestrone tenutosi in città. Lui, Guccini, comincia baldanzoso, è passato del tempo da quel 1961, da quando a piedi attraversava Bologna da via Massarenti a via Saragozza. Quella Bologna provinciale ma Parigi minore. Bologna con Sartre e Boudelaire, e con lui professore che alle sei del mattino cantava i suoi vecchi in via Paolo Fabbri 43. Poi la sera in via de' Poeti l'illusione di capire Orazio senza aver ancora capito la sua cultura fasulla, senza avere ancora capito questa cosa che si chiama Vita.

venerdì 2 dicembre 2011

Border

I dubbi crescevano con il buio intorno.

Ormai lontani da Saigon, dai finestrini spariva ogni cosa. I nostri sguardi si voltavano a seguire rari bagliori che non potevano rassicurare, mentre l’auto s’infilava in un tunnel di cielo.

“Perché avete deciso di arrivare di notte, quando la frontiera è ormai chiusa?”, furono le prime parole del giovane vietnamita, alla guida del taxi da un paio d’ore, in un inglese stentato che tutti capimmo, ma a cui nessuno dei tre riuscì a rispondere. “Che idioti!”, fu il mio primo pensiero. Il secondo, i punti di confine sono considerati molto pericolosi a causa del banditismo, letto sulla guida prima di partire per il viaggio, mi aveva ricordato i soldati che continuano a nascondersi nella giungla, inconsapevoli del fatto che la guerra sia finita da anni.

Condivisi solo il primo.

L’arrivo al valico per la Cambogia svestì la nostra aria da appagati esploratori; stanchi ma orgogliosi, avevamo attraversato il Vietnam da nord a sud viaggiando di notte per risparmiare tempo, riposando pochissimo. Il saluto del nostro accompagnatore fu più rapido del solito, ed il taxi che si allontanava, l’ultimo rumore.

Negli attimi successivi, mentre il silenzio d’intorno bruciava rapidamente la sigaretta accesa da Tiziano, pensai che forse eravamo venuti fin qui anche per questo, che qui le pozzanghere sembrano non asciugarsi mai, che non dedico sufficiente energia alla vita ed agli interessi di mia madre e che per vedere l’alba manca sempre troppo tempo.

Un cane abbaiò nella notte.

“Cosa ci vedete, ragazzi? … a parte quei muri bianchi”, chiesi. “Vedo che ora vorrei essere in un posto che conosco”, rispose Tiziano. “A me sembra un film, di nuovo sul Vietnam”, disse Beppe “se è così, muoviamoci, ora dovrebbe succedere qualcosa”. Sorridemmo, senza crederci troppo, mentre ci incamminavamo in silenzio per non farci sentire da …

… alberi, niente villaggi né case. Moc Bai non era altro che un’inquietante isoletta di cemento circondata dal fango. Normalmente, uno di quei posti da lasciarsi alle spalle il più alla svelta possibile, come la maggior parte dei luoghi di confine del Sud-Est asiatico. All’esterno degli uffici scorgemmo subito quella che pareva essere l’unica presenza; curiosamente immaginai un baco da seta gigante nel suo bozzolo, quando vidi il militare di guardia steso a terra avvolto in una zanzariera. Era abbracciato al suo fucile in un sonno profondo.

Decidemmo di sistemarci in una sala d’attesa, aperta su due lati, per provare a dormire su scomode file di sedie. Mi accorsi che faceva sempre più rumore, la natura, dopo aver deciso i turni di guardia_____________ ______________________________________________ ________ ____________ ________________________________________ ________ “TIZIOOOO!!! Non dovevi stare sveglio?”, gridò Beppe a voce bassa. “Ohi, scusate … non pensavo …”, rispose con occhi sbarrati dallo spavento e le mani che tastavano attorno per capire dove fosse. “Domattina, con calma, mi rispiegherai perché ti chiamano ‘il Gufo’ … ora mi sfugge”, dissi controllando l’orologio. Ancora una ventina di minuti di finto sonno e sarebbe arrivato il mio turno _____________________ ________________________ _____________________ ________________ _____________________ ______________________ Li guardai a lungo, mentre dormivano, immaginando cosa stessero sognando; l’avevo scelto per far passare quell’ora. Tiziano era al domandone finale del gioco a Quiz che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Erano un sacco di soldi e il destino continuava ad essere dalla sua … a cui devi rispondere per portare a casa questa incredibile cifra: qual’é l’ingrediente base, con il quale vengono avvolti i nem, i tipici involtini primavera vietnamiti? … “Quanto tempo ho per rispondere?”, chiese scuotendo la testa, con sguardo assente. Il pubblico rumoreggiava. Se solo avesse letto quella maledetta guida. La cosa certa è che, comunque fosse finita, non avrebbe mai chiesto al presentatore di poter salutare famigliari, amici e tutti i conoscenti; era l’unica cosa dei Quiz che lo faceva imbestialire __ ________ _________ shhhh ___________ feci silenzio nella mia mente ________ erano passi, molto rapidi, potevo solo sentirli e sembravano venire proprio verso di noi. Senza parlare toccai gli altri per svegliarli, avvisandoli con l’indice dritto davanti alle mie labbra. Tirandosi su di scatto, mi stupirono per la loro prontezza _______ _____ _____ __________________ un fruscio di foglie, un crepitio, e il mio cuore ____ un cane, era solo un cane, più impaurito di noi; vedendoci, fece uno scatto indietro e si allontanò.

Tutti e tre ci mettemmo a ridere.

Gli aneddoti del viaggio stavano prendendo la miglior forma da raccontare, mentre nessuno aveva più voglia di fare turni. Beppe alzò l’unica bottiglia d’acqua verso le prime tenui luci che venivano da fuori. Tiziano, l’ennesima sigaretta, sistemando i laccetti dello zaino, sembrava già smanioso di ripartire. “Dovremo cercare subito un mezzo per raggiungere Phnom Penh in …”_____ di nuovo rumori, ancora passi. Stavolta neanche il tempo di prepararci. Un grido ruppe il silenzio dell’alba, mentre le nostre torce illuminavano un volto accigliato di bambina: “YOU!” non disse altro, ma sembrava l’ordine di un dittatore. Con il gesto di una mano ci intimò di uscire. Senza pensarci un attimo raccogliemmo i bagagli dirigendoci verso l’esterno della struttura, senza opporci. Non avrà avuto più di cinque anni, viso, capelli e vestiti lerci. Ci voltammo ed era già sparita.

Fuori stava riprendendo il rassicurante viavai dei mercanti. Frutta ed animali incredibilmente stipati su motorini. Intere famiglie in viaggio su carretti. Aveva smesso di piovere da quasi un giorno, ma le pozzanghere erano sempre lì. “Peccato Tizio, era la carta di riso”. “Posso sapere di che cazzo stai …”. “Lascia stare, mi sa che è solo stanchezza … i documenti, presto”.

domenica 13 novembre 2011

Impronte d'Africa

Incontrava lo sguardo della donna una volta l’anno mentre si recava sulla tomba dei nonni. Erano le prime ore del meriggio estivo ad accogliere quell'incontro, quando le cicale animano i filari sonnolenti di cipressi del piccolo cimitero della città.
Prima di raggiungere la tomba di famiglia, Giulia si fermava sempre qualche minuto davanti alla dimora di donna Stefana, sposa e madre premurosa. Le portava un garofano rosso che lasciava sulla pietra, sgualcita dagli anni e dal vento salmastro. Una vecchia fotografia dai contorni sfumati, la coglieva con spalle erette, inamidate dal bavero dell’abito scuro. Il suo sguardo di Madonna, attraversava senza fermarsi chi lo osservava, per posarsi più in là, oltre la siepe di bosso. Giulia, si incantava davanti a quell’immagine capace di richiamare nella sua fantasia le note di un valzer, consumato nei saloni descritti da Tommaso di Lampedusa. Solo la pelle seccata dal sole e i lunghi capelli scuri, raccolti alla buona dietro la nuca, tradivano quel volto e quei salotti.
Stefana fu madre di dieci figli. Lasciò la sua città e gli affetti per seguire Giuseppe, suo marito, quando partì per l’Africa i primi anni del secolo scorso. Di mestiere faceva lo scalpellino, ma i soldi che portava a casa non bastavano. “A Tunisi ve ne dovete andare. Là farete fortuna e magari più di dieci figli potrete mantenere”, gli dicevano quelli che ne sapevano sempre una più degli altri. Stefana i suoi bambini li avrebbe portati tutti con sè. Nemmeno Vita, la più piccola, avrebbe lasciato alla sorella, perchè sentiva che non sarebbe partita tutta intera se l'avesse fatto.
Il viaggio per mare durò un giorno intero. La nave, carica di Mediterraneo, trasportava sogni e speranze, paure e nostalgie.
Giuseppe trovò subito un lavoro e una casa, alla Goletta, nel quartiere degli italiani, a nord di Tunisi. Anche Stefana dovette lavorare. Un mestiere per lei non c'era, ma aveva sempre cucinato e quello sapeva fare. Trovò lavoro prima come lavapiatti in una taverna, solo mezza giornata. Poi cominciò ad aiutare anche in cucina, rubando dalle pentole i sapori di spezie nord Africane.

Per fare un buon cous cous, serve per prima cosa della semola di grano duro a grana grossa, acqua, sale e olio di oliva. Serve anche una “mafaradda”, un grande bacile in terracotta smaltata, con fondo piatto e bordi alti e svasati dove inizia la lavorazione della semola. Quella già elaborata viene adagiata in una specie di grande piatto piano in terracotta smaltata con i bordi rialzati, il “lemmo”.
Quando si prepara il cous cous più che eseguire una ricetta, si pratica un vero e proprio rituale. Si comincia con un pugno di semola alla volta, mescolata con acqua salata, aggiunta in piccole quantità. La semola va manipolata con le dita descrivendo dei cerchi sul fondo della mafaradda fino a quando tutta l’acqua non viene assorbita. La semola idratata, a questo punto, ha grani più grossi che si spostano, via via nel lemmo. Si continua così fino ad esaurire tutta la semola a disposizione. Si procede poi a versare l'olio d'oliva, a filo, sulla semola "incocciata" e si continua a lavorare sfregandola tra i palmi delle mani, fino a che tutti i granelli non sono unti e ben sgranati.
La cottura della semola viene fatta lentamente, a vapore. Richiede l'uso di una pentola particolare formata da un recipiente che sta sotto, a contatto con la fiamma, che contiene l'acqua salata, sul quale viene appoggiato una sorta di scolapasta in terracotta con coperchio, la "cuscusiera", che contiene la semola. La pentola e lo scolapasta vengono sigillati tra loro con un impasto morbido, preparato con farina e acqua, la "cuddura", che, applicato sul punto di contatto tra i due elementi, assicura che il vapore non venga disperso ed esca solo attraverso i fori della cuscusiera per idratare la semola. La cottura richiede due ore e mezza circa, tempo durante il quale la semola, condita con alcuni ingredienti, viene mescolata più volte avendo cura, prima di rimettere il coperchio, di praticare dei fori aiutandosi con il manico di una paletta di legno, i "camini", che favoriscono il diffondersi del vapore tra tutti i granelli.
Trascorso questo tempo e preparata contemporaneamente la zuppa di pesce, la semola viene rovesciata nuovamente nel "lemmo", idratata con il brodo della zuppa molto caldo e lasciata insaporire con questo condimento ancora per un paio d'ore, coperta da un panno spesso che ne conservi il calore per tutto quel tempo.

Le mani di Lorenza mescolavano rapide i piccoli grani d'oro nel recipiente in terracotta.
Giulia, in punta di piedi accanto a lei, cercava di seguire quella magica roulette, dove la semola correva rapida sulle pareti di smalto della grande mafaradda.
"Nonna cosa fai?".
Prima ancora che Giulia finisse di fare la domanda, Lorenza aveva già spostato con le mani ricolme, la semola umida sul lemmo preparato al centro del tavolo e ne aveva presa altra, secca e ancora ruvida. Le dita allora ricominciavano a roteare, come dervisci instancabili sulle pareti svasate del grande recipiente.
Ancora acqua. Ancora semola.
Ancora semola.
"Eh nonna? cosa fai?"
Lorenza aveva imparato ad "incocciare" il cous cous da Stefana, la suocera, che negli ultimi anni di vita era rimasta a vivere nella casa del figlio. Il suo cous cous era il migliore che avesse mai mangiato, e da quando era tornata da Tunisi, quel piatto in famiglia si preparava solo alla sua maniera. "La semola quando è secca assomiglia alla sabbia del deserto. Stride tra le dita. Devi continuare a lavorarla con l'acqua salata fino a quando tra le mani non senti che i grani sono diventati morbidi e la stanza si riempie di profumo di amido. Allora la sposti e ne lavori altra". Così le aveva insegnato Stefana. Il segreto di un buon cous cous nasceva lì, dalla prima lavorazione della semola di grano.
“Oggi la nonna ti prepara il cous cous, quello che ti piace tanto”.
Aveva appena finito tutta la semola che aveva preparato sul tavolo e ora condiva con olio di oliva tutti quei granelli dorati, passandoli ancora tra le mani. Le dita, come setacci, più volte alzavano quella grana dal fondo del lemmo e la facevano scivolare di nuovo, ancora e ancora, come se, a furia di sfregare tra le sue mani, potesse trovarsi d’improvviso lo scintillio di una fiammella.
Giulia se la ricordava così la nonna di Trapani. Sempre a trafficare nella piccola cucina, tra profumi di cibo che sapevano di casa e i vapori di pentole accese a tutte le ore. D’estate arrivavano figli e nipoti nella casa grande al mare ed era lei a voler cucinare per tutti. Era il suo modo di dimostrare amore, a quei figli ormai lontani da lei e ai nipoti che vedeva raramente. Ogni anno crescevano di più e faceva fatica a riconoscerli quando, ai binari del treno, le buttavano le braccia al collo.
Nel cucinino, la pentola a due piani era già pronta. Alloro, aglio, cipolla già lì, mentre la zuppa di pesce sobbolliva lenta nell'ultimo fornello, diffondendo per tutta la casa un frammento di mare.
Lorenza si affrettava a mettere la sua semola nella cuscusiera e svelta preparava la cuddura, fatta lì per lì, con un po' farina e acqua.
"Nonna, me ne dai un pezzetto che preparo la pizza per le mie bambole?" chiedeva Giulia alla vista del morbido impasto. "Solo un pochino però, perchè il resto mi serve a incollare le pentole". Giulia tra le mani tormentava il suo pezzetto di impasto mentre, incredula, assisteva alla costruzione del "totem" di pentole, che sul fornello, appoggiate una sull'altra, arrivavano quasi all'altezza della nonna.
Aggiunta di alloro e cipolla a pezzettini.
Fatto.
Non rimaneva che attendere la cottura.
Di quella preparazione, Giulia poteva ripercorrere tutti i passaggi nella sua memoria di bambina, uno ad uno. Quel che però continuava a ricordare con magia era il momento in cui la nonna la portava in camera da letto a vedere il cous cous che dormiva.
Finita la cottura, Lorenza rovesciava nuovamente la semola nel lemmo e la condiva con il brodo bollente della zuppa di pesce. Poi, con mestoli e palette di legno, costruiva una rudimentale impalcatura sui bordi del grande piatto perchè il panno con cui copriva il cous cous non ci finisse dentro. Una coperta pesante, marrone a fiori giallastri, copriva infine la magica cupola brunelleschiana che la nonna appoggiava sul suo letto matrimoniale, ultimo gesto di un rito sacrale. Poi, usciva dalla camera da letto e si chiudeva la porta dietro le spalle. Guardava Giulia portando il dito indice davanti alla bocca e ogni volta le diceva: "Chiudiamo la porta che ora il cous cous deve dormire fino all'ora di pranzo".

Giulia ritornò nella casa di Lorenza e del nonno Gaspare dopo molti anni dalla loro morte, quando i figli avevano deciso che quella casa andava svuotata prima che le tarme lo facessero al posto loro. Ci andò per accompagnare sua madre, Stefania. Ci andò per aiutarla. Alla fine di quella giornata si portò via la "cuscusiera" di Lorenza. L'aveva trovata in fondo alla dispensa della cucina, aprendo le ante del mobile che conservavano ancora un antico profumo di spezie. Sua madre a casa aveva una cuscusiera più moderna, una tutta in alluminio, dove gli incastri tra i due pezzi erano talmente precisi da rendere superflua la preparazione di qualunque sigillo. Giulia non sapeva come avrebbe portato a casa quel pesante arnese da cucina, ma ci teneva ad averlo. Era davvero l'unico oggetto che avrebbe voluto conservare in ricordo di sua nonna.

Il cous cous, quello vero, quello condito con la zuppa di pesce, preparato secondo la ricetta di Lorenza, Giulia continua a mangiarlo a casa di sua mamma Stefania. Lo prepara un paio di volte l'anno, in genere per le grandi occasioni. Cucinare è sempre stato un suo modo di dimostrare amore e di raccogliere attorno alla tavola figli e nipoti.
Negli anni, con l'impegno di lavoro e famiglia, Stefania non era riuscita a preparare quel piatto della tradizione familiare se non di rado, mantenendo il rituale di sempre. Cedere a precotti e preparati, quasi un tradimento. Ogni anno, di rientro dalle vacanze estive, portava qualche chilo di semola di grano duro dalla Sicilia , conservandola con cura perchè durasse un anno, fino al viaggio successivo.
Giulia pensò che quarant'anni fossero l'età giusta per provare a preparare l'antico piatto che era stato di Stefana e poi di Lorenza, e infine di sua madre. Voleva fare una festa con amici e farsi un regalo. Quel giorno, guidata dal ricordo dei gesti che aveva visto fare tante volte a sua nonna e poi a sua madre, provò a lavorare quella semola di grano per la prima volta.
Semola secca come la sabbia del deserto.
Acqua salata.
Semola umida e morbida tra le mani.
Olio di oliva.
Semola unta e lucida tra setacci di dita.
Profumo di amido nella sua cucina.
Giulia, nel giorno dei suoi quarant'anni, muoveva le mani nella mafaradda come aveva visto fare tante volte, come le sembrava di saper fare da sempre.
"Mamma cosa stai facendo?", chiese Sara mentre si avvicinava al tavolo della cucina lasciando cadere il pupazzetto che aveva tra le mani. Si arrampicò sulla sedia. I granelli che si rincorrevano nel grande recipiente, mossi delle dita di Giulia, la divertivano molto. Sara arrotolava già le maniche della maglietta lungo le piccole braccia paffute, pronta a cimentarsi in quel nuovo gioco.
"Mamma, posso provare anch'io?"

La Postazione di Vita

Per scrivere, come per leggere, basta solo essere nell'animo adatto. Poi ogni posto diventa ideale. O, nel caso, ispira. Il mio ospite d'ottobre è nato su un autobus numero 13, ricordate? In un viaggio Bologna - Roma ho scritto una lettera lunga Bologna - Roma appunto. Scrivo su a San Luca. In uno spiazzo di una bella chiesetta vicino all'ufficio, a volte in pausa pranzo. O in terrazza, i pomeriggi del sabato. O sul balcone, qualche mattino presto per guardarmi anche l'alba. Ma la postazione da computer è questa della foto. Già. Nel momento in cui scrivo, ora,  è proprio così. Anche in altri momenti non cambia molto. L'unico disordine o distrazione che ammetto per scrivere sono i libri. Mi conforta averli intorno, a invadere il mio spazio visivo. Ci sono diversi titoli. Stratificati in pile in ordine cronologico. L'ultimo della pila è La Sentenza che Valerio Varesi, l'autore, mi ha regalato proprio due giorni fa. Sono già affezionata a questo libro pur non avendolo ancora letto perché è ambientato in un periodo storico a me caro, quello della seconda guerra mondiale. E perché recita una bellissima dedica per me, che resisto e preparo la rivoluzione. Perché, anche, la modalità di regalo m'è sembrata d'altri tempi. Perché poi l'ha sfiorato una persona nel cuore. Dopo La Sentenza troverete un Se Son Rose, Gli Effetti Secondari dei Sogni e Regaliamoci la Pace, regali per il mio trentasettesimo compleanno. Non li vedete ma ci sono anche dei Carofiglio, dubitavate? la mia Mitologia Astrale, dei libri di Diritto, accidenti!, la guida della Sicilia, regione che amo molto, il bellissimo romanzo di Giampiero, L'ora dell'incontro, il Ritratto di Dorian Gray, l'antologia che contiene un mio racconto ispirato da De André e tanti altri. Compreso il libro fotografico di Mauro sul Mynmar. La seggiola è quasi centenaria, era di una mia zia che adorava i gatti e io pure. La scrivania è un vecchio tavolo che un mio vicino mi aveva dato per il camino. Ma entrato in casa lui, il tavolo, ha preteso, per misure, di occupare quell'angolo. L'ho accarezzato piano con un panno di lana intriso di olio di lino e siamo insieme già da dieci anni.
Da quando Claudia è venuta a trovarmi nella mia postazione di scrittura ci sono dei quaderni de Il Merlo Indiano e una bellissima finestra rossa aperta su cielo e mare. L'ho messa accanto alla finestra vera e propria che le persiane non le chiude mai e mi fa vedere le stelle o la luna bellissima, e l'astrobleta è venuto da lì. Più su dalla finestra rossa una bambina nell'erba che potrei essere io ma non sono io. Io sono nell' AMO LA VITA, estremo tenero tentativo di conquista di un corteggiatore dei mie diciassette anni. Se solo non si fosse presentato ad un appuntamento con la divisa e la pistola di ordinanza! Pensava di impressionarmi e m'impressionò.

sabato 12 novembre 2011

Bologna è un crocevia

Bologna è un crocevia bellissimo. O la vita stessa lo è.
Dopo aver passeggiato con Giusy e Mauro sotto i portici bolognesi, dopo esser salita su a San Luca con Claudia,  dopo aver visto la mostra di Stefano Faravelli, è la volta di reincontrare Andrea Bocconi.

Il Merlo di Mauro

Oggi ho redarguito Mauro perché il merlo non era ancora nel blog...accidenti alla stanchezza! Era lì sornionissimo, avendo persino imbrattato il blog d'inchiostro, ed io non l'avevo ancora visto.
Grazie, Mauro.

La Mia Vita in Sei Parole

QUEL NATALE CON LE STELLE CADENTI.

Questa la mia vita in sei parole, il concorso segnalato da Claudia indetto da piazzaemezza - nottetempo.
Sei parole sono davvero poche, avevo pensato subito. Poi mi sono accorta che tolto un pronome, tolto un articolo e tolta una preposizione le parole della mia vita sono tre, o forse due se si considera cadenti come una qualificazione di stelle. Sono convinta ora che uno la propria vita la potrebbe descivere anche solo con una parola, anche solo con Vita, nel caso.

martedì 1 novembre 2011

Sono un' Astrobleta

L'insonnia è più feroce se il cielo è stellato. D'estate non dormo mai. 
Per il caldo, direte. No, per le stelle.

Ho atteso l'autunno ed è arrivato. Ma un cane che abbaia nella notte disturba quello che deve essere il mio sonno poi, se il cielo è limpido, l'ululato è nitido pure quello.

Oggi sono andata dal dottore, credo ormai d'avere le allucinazioni.

Non dormo più, gli ho detto. Un cane disturba il mio sonno.

Allontani il cane, suggerisce.

Dottore, non ho cani.

Sarà quello dei vicini.

Lo guardo stralunata e lui pure. Non sono così scema da andare dal medico se un cane si mette ad abbaiare nella notte. Il dottore capisce il mio pensiero. Ed io il suo. E no, non faccio uso di sostanze stupefacenti. No, non ho mai fumato in vita mia, neanche per provare. La sua bocca resta aperta in una smorfia di parola che continuo con no, non sto prendendo farmaci. E di nuovo no, non ho mai sofferto di allucinazioni. No, non ho altri disturbi. Eppoi no, l'insonnia non mi disturba se proprio devo dirla tutta.

Da quanto tempo abbaia il cane? mi chiede

Ogni notte, da fine luglio. In questo periodo abbaia nelle prime ore della notte.

Ma ha la finestra aperta?

La finestra è chiusa, naturale. Fa freddo. Non chiudo le persiane per non sprecare la notte...

...per non sprecare la notte?

Be', sì. Se proprio devo stare sveglia almeno mi guardo le stelle. In questo periodo ci sono le sette sorelle...

...le Pleiadi?

Sì, loro. Ma...

...si ricorda se d'estate il suo cane abbia abbaiato in orari diversi?

Dottore, le ripeto che non ho un cane.

Certo, certo, il cane che sente, intendevo.

Di notte...al mattino. Rabbioso nelle giornate che si sarebbero rivelate le più calde.

Come fa a dirlo con precisione?

Dottore, nel cielo c'è un'opera maestosa che è la costellazione di Orione, se fosse un uomo ne sarei innamorata. E d'estate la si vede al mattino, in autunno al calare delle notte.

Il Dottore ha un sussulto.

Vita, sa dirmi cos'altro vede nel cielo?

Accidenti! il Cane di Orione...

Non soffro d'insonnia e non ho le allucinazioni. Sono un'astrobleta, colpita dalle stelle.
Un Cane abbaia sempre nella mia notte.


lunedì 24 ottobre 2011

la mia vita in sei parole

Eccone un altro!! questo è piccolo piccolo, ragazzi, ma stimolante!!
Descrivi la tua vita o il tuo libro preferito in sei parole....
Scorrete il blog e a destra trovate le istruzioni
http://www.piazzaemezza.it/wp/Inserisci link

sabato 22 ottobre 2011

Pausa Caffè, racconti musicali da bere in un sorso

Vi segnalo un concorso delle Edizioni Mobydick che da sempre cerca di dare spazio agli autori di racconti - sia pubblicando raccolte e antologie, sia dedicando ogni anno un numero della rivista “Tratti” alla narrativa breve.  “Pausa Caffè” è uno spazio, una rubrica fissa, che ogni 15 giorni metterà in rete un testo, breve ma sufficiente per dedicare qualche minuto a noi stessi.
Di seguito il link al regolamento

http://www.mobydickeditore.it/moby/index.php?option=com_content&view=article&id=50

giovedì 20 ottobre 2011

Chi tira i fili?

Improvvisamente si azzittirono, tutti insieme. Era entrata. La pesante porta di ferro aveva ringhiato via la ruggine, dopo tutto quel silenzio. Rimasero col fiato sospeso, mentre i passi incerti raggiungevano il contatore della luce sulle scale. Il fruscio di rami e foglie che ondeggiava nelle vetrate scomparve, diventò tutto nero, fuori, mentre la casa diventava una grande lanterna nel bosco.

Si guardarono, quelli che dividevano la stanza, chi con uno sguardo deciso, chi con la coda dell’occhio, tutti complici di un silenzio. Chi era stato colto di sorpresa in una stanza lontana e, per di più chiusa, dovette smettere di comunicare a voce alta. Chi era momentaneamente in una posizione sconveniente, dovette rimanere immobile e aderire al patto secolare con gli altri per non farsi scoprire.

Tutti, nessuno escluso, sentirono il TAC della levetta del contatore. Tutti percepirono la luce giù all’ingresso e su per le scale. La corrente fece ronzare il frigo e anche lo scaldabagno cominciò a funzionare. Era arrivata, era lei, lo sapevano. L’aveva detto a voce alta, l’altra volta, che sarebbe ritornata, che non aveva finito. I passi erano quelli e, dopo anni di assenza ingiustificata, ora che un po’ c’era rimasta lì con loro, era di nuovo di famiglia e la riconoscevano.

Avevano preparato un trabocchetto facile facile, per evitare che la sua promessa si allungasse troppo nel tempo e, non ci potevano credere: aveva funzionato. Una smorfia di sorriso trattenuto, piegò l’angolo della bocca della signora severa coi capelli grigi, e anche il sopracciglio di suo marito si alzò, mentre un baffetto nero e malizioso faceva un rapido movimento.

Una persiana vecchia e malandata si era aperta da sola, qualche giorno fa, l’aveva vista uno sguardo attento, che aveva prontamente chiamato chi di dovere affinché venisse a chiuderla prima del cambio di stagione..e già, la diffidenza rendeva le cose un po’ complicate. Più cornette si alzarono e si abbassarono, mentre il messaggio correva lungo i fili fino al destinatario prescelto. Fantastico, muovere ancora i fili di quella che era la LORO famiglia, la LORO casa era proprio un gioco da ragazzi, di questi tempi, e loro si divertivano a vestire i panni irriverenti e leggeri dell’adolescenza. Gli scherzi telefonici, erano forse questi? Ne avevano sentito parlare, ma chi lo aveva usato mai, il telefono, per fare scherzi?

“Buona sera, sono tornata! Vi sono mancata?”

La voce era stata decisa, forte e chiara. La domanda impertinente, dichiarava una confidenza che non si spiegarono, lì su due .. piedi. Si rivolgeva a loro, era chiaro. Li aveva scoperti? Come era possibile, erano stati attenti. Cominciò a serpeggiare la diffidenza: chi di loro si era fatto cogliere con le mani nel sacco? Prima che lei girasse l’angolo, la Signora fulminò suo marito, che palesò un “non sono stato io” con gli occhi e subito si girò verso la figlia. Lei, con la sua posizione plastica da sirena, li guardò entrambi, il padre direttamente, la madre con la coda dell’occhio destro (a fatica, dalla posizione che avevano entrambe) e con una dolcezza che era rimasta incollata alla sua espressione da una vita o forse più, li convinse della fedeltà ai patti, sua e del suo sposo che la attendeva da troppo tempo nella loro alcova nuziale, solo.

L’ospite, inattesa così presto, salì gli ultimi gradini della scala marmorea e accese la luce nel corridoio. Posò velocemente i bagagli sulla cassapanca, per catturare un lucido scorpione, la cui sagoma netta si stagliava sull’intonaco bianco. Era lì, fermo, poco più a destra della lesione nel muro, poco più in giù della finestra che si apriva sul buio. Ci pensò su e decise di aprire la finestra e restituire al bosco quel clandestino, prima che potesse muovere la coda e farle cambiare idea. Mentre richiudeva il bosco fuori con la sua aria profumata, piena di grilli e stelle, un cane, lontano nella notte, abbaiò.

Li andò a salutare tutti, uno ad uno: il ritratto della bisnonna Maria, quello piccolo del bisnonno Tullio, la tela che campeggiava nella sala della torre, con nonna Amalia in posa su una roccia tra fichi d’india e mare blu. Il suo sorriso e quello sguardo nocciola, scuro e lucido le ricordavano qualcosa. Qualcosa o qualcuno che conosceva bene, con cui divideva le sue giornate da sempre.

Arrivò fino nella camera in fondo, aprì la porta con un certo timore, accendendo l’interruttore della luce. Raggiunse il cassettone e salutò con riverenza nonno Riccardo, cercando i suoi occhi chiari di giovane e prestante uomo d’altri tempi, ma lui sembrava non vederla, dalla sua fotografia artistica in bianco e nero. Il suo sguardo la attraversava in un punto imprecisato tra collo, spalla e petto e lei si chiese se ci si sentisse così, ad essere un fantasma.

lunedì 17 ottobre 2011

L'OSPITE D'OTTOBRE

È come ricevere una visita inaspettata. T’affretti a sgomberare la tavola dagli avanzi che la pigrizia ha lasciato lì, anche un po’ la stanchezza e il piacere di sonnecchiare in anticipo sulla notte. Non ha voluto preannunciarsi ma del resto l’ospite è così, che sia di casa, che sia del cuore, solo arriva.
La gente è stanca, parla al telefono, spudorata c’informa della propria vita e di cosa mangerà a cena, sono appena le otto del mattino.
Sale da dietro, non le piace, ma l’autobus si ferma sempre più oltre la fermata. Arriva al centro e sceglie il posto prima della fisarmonica del lungo serpentone.
Sale davanti, di solito non fa differenza, ma oggi l’autista è donna. Al centro c’è un posto libero, singolo, prima della fisarmonica del lungo serpentone.
Sta guardando fuori per restare fuori. Torna dentro e gli avanzi dei pensieri vengono scaraventati chissà dove, c’è un ospite inaspettato.
Sta sedendosi sulla sua discrezione quando gli avanzi del pensiero lo lasciano da solo sulla soglia dei ricordi, c’è un’ospite inaspettata.
Impacciato.
Timida.
È sempre triste.
È sempre bello.
È sempre bella.
È sempre triste.
Un bacio è restato indietro di un respiro tra loro. L’ospite è lì. Oltre il respiro e con in mezzo la fisarmonica del lungo serpentone a suonare una melodia silenziosa, malinconica di nostalgia.
Guarda fuori. Resta fuori, ti prego!
Non guarda fuori. Guardami, ti prego!
Ancora la gente parla, non ha deciso per la cena e litiga e spinge e s’affretta all’uscita che tanto tutti si scende.
L’ospite tra un po’ se ne andrà come foglia che cade continuamente e s’adagia su un letto di altre foglie, avanzi d’una estate finita. Scende, anche dal cuore, senza spingere, senza fretta che tanto non si scende mai tutti. Regala un sorriso.
Sorride.
Somiglia a un giorno d’ottobre.
Sorride.
Manca del tempo ad ottobre.

( Scritto su di un autobus linea 13 una mattina di fine aprile, ve lo regalo per il mio compleanno. )

sabato 15 ottobre 2011

Volti

Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi
gli occhi assorti nel buio del respiro,
chi si è immerso nel fondo di pupilla
di una cernia intanata
dimenticando l'aria, chi ha legato
all'albero una tela e ha combinato
la rotta e la deriva, chi ha remato
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.

Erri De Luca

venerdì 14 ottobre 2011










iddu

Io a Ginostra ci sono arrivata con mille ansie un anno fa,

la pancia mi diceva delle cose che la testa interpretava in senso errato.

La testa mi accusava di sentire

di sentirmi viva

e di sentire questa vita rimescolarmi e allontanarmi dalla mia vita apparente.

E’ come un colpo di fulmine

quello che mi è accaduto in quella parte selvatica

di un'isola

che è un vulcano in attività.

Sono arrivata guardandolo con sospetto, temendolo.

Lui era una presenza

una specie di semidio

una potenza virile e al contempo femminile, generava continuamente nuova vita:

la natura nella sua massima espressione.

Iddu, lo chiamano gli isolani.

Il suo tuono che echeggiava di tanto in tanto

era un richiamo fortissimo, un urlo profondo.

La casa che mi ospitava aveva porte e finestre sempre aperte

di giorno

di notte

se c'eravamo o se non c'eravamo

la casa era aperta.

Sentivo le persone che parlavano nelle altre case

tutti sanno tutto là, e non c'è nulla di male

risuonava il raglio dell'asino dalla campagna

spesso veniva ad annusarci un cane

aspettava vicino all'ingresso del patio il nostro permesso ad entrare.

L'alba era annunciata dal gallo, come nelle migliori tradizioni.

Non avevo mai dormito in maniera così libera

neanche in tenda, neanche in barca.

Il breve viale sterrato che si staccava dalla strada selciata

costeggiava una casa rosa abbandonata prima di arrivare alla nostra.

L'assenza di luce elettrica (solo una lampadina, in cucina, una presa di corrente e un frigo)

e la mancanza di comodità

ti costringevano a ritornare ad un contatto reale con la natura

con i suoi cicli, con i suoi silenzi, i suoi odori, con la sua luce e le sue stelle a perdita d'occhio

ti riappropriavi del gusto di rispettarla, di curarla di amarla.

Sapevo che era una condizione privilegiata

quella di poter vivere quella esperienza

sapevo che sarei tornata alla mia vita di sempre.

Come mi illudevo facilmente, da lì a pochi giorni non ci sarebbe stata più neanche quella.

Però non mi esce da dentro

la completezza che ho sentito in questo posto magico

è come se avesse fatto l'amore con me

e mi avesse attraversata dal corpo fino all'anima

e si fosse mescolato con me per sempre.