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venerdì 2 dicembre 2011

Border

I dubbi crescevano con il buio intorno.

Ormai lontani da Saigon, dai finestrini spariva ogni cosa. I nostri sguardi si voltavano a seguire rari bagliori che non potevano rassicurare, mentre l’auto s’infilava in un tunnel di cielo.

“Perché avete deciso di arrivare di notte, quando la frontiera è ormai chiusa?”, furono le prime parole del giovane vietnamita, alla guida del taxi da un paio d’ore, in un inglese stentato che tutti capimmo, ma a cui nessuno dei tre riuscì a rispondere. “Che idioti!”, fu il mio primo pensiero. Il secondo, i punti di confine sono considerati molto pericolosi a causa del banditismo, letto sulla guida prima di partire per il viaggio, mi aveva ricordato i soldati che continuano a nascondersi nella giungla, inconsapevoli del fatto che la guerra sia finita da anni.

Condivisi solo il primo.

L’arrivo al valico per la Cambogia svestì la nostra aria da appagati esploratori; stanchi ma orgogliosi, avevamo attraversato il Vietnam da nord a sud viaggiando di notte per risparmiare tempo, riposando pochissimo. Il saluto del nostro accompagnatore fu più rapido del solito, ed il taxi che si allontanava, l’ultimo rumore.

Negli attimi successivi, mentre il silenzio d’intorno bruciava rapidamente la sigaretta accesa da Tiziano, pensai che forse eravamo venuti fin qui anche per questo, che qui le pozzanghere sembrano non asciugarsi mai, che non dedico sufficiente energia alla vita ed agli interessi di mia madre e che per vedere l’alba manca sempre troppo tempo.

Un cane abbaiò nella notte.

“Cosa ci vedete, ragazzi? … a parte quei muri bianchi”, chiesi. “Vedo che ora vorrei essere in un posto che conosco”, rispose Tiziano. “A me sembra un film, di nuovo sul Vietnam”, disse Beppe “se è così, muoviamoci, ora dovrebbe succedere qualcosa”. Sorridemmo, senza crederci troppo, mentre ci incamminavamo in silenzio per non farci sentire da …

… alberi, niente villaggi né case. Moc Bai non era altro che un’inquietante isoletta di cemento circondata dal fango. Normalmente, uno di quei posti da lasciarsi alle spalle il più alla svelta possibile, come la maggior parte dei luoghi di confine del Sud-Est asiatico. All’esterno degli uffici scorgemmo subito quella che pareva essere l’unica presenza; curiosamente immaginai un baco da seta gigante nel suo bozzolo, quando vidi il militare di guardia steso a terra avvolto in una zanzariera. Era abbracciato al suo fucile in un sonno profondo.

Decidemmo di sistemarci in una sala d’attesa, aperta su due lati, per provare a dormire su scomode file di sedie. Mi accorsi che faceva sempre più rumore, la natura, dopo aver deciso i turni di guardia_____________ ______________________________________________ ________ ____________ ________________________________________ ________ “TIZIOOOO!!! Non dovevi stare sveglio?”, gridò Beppe a voce bassa. “Ohi, scusate … non pensavo …”, rispose con occhi sbarrati dallo spavento e le mani che tastavano attorno per capire dove fosse. “Domattina, con calma, mi rispiegherai perché ti chiamano ‘il Gufo’ … ora mi sfugge”, dissi controllando l’orologio. Ancora una ventina di minuti di finto sonno e sarebbe arrivato il mio turno _____________________ ________________________ _____________________ ________________ _____________________ ______________________ Li guardai a lungo, mentre dormivano, immaginando cosa stessero sognando; l’avevo scelto per far passare quell’ora. Tiziano era al domandone finale del gioco a Quiz che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Erano un sacco di soldi e il destino continuava ad essere dalla sua … a cui devi rispondere per portare a casa questa incredibile cifra: qual’é l’ingrediente base, con il quale vengono avvolti i nem, i tipici involtini primavera vietnamiti? … “Quanto tempo ho per rispondere?”, chiese scuotendo la testa, con sguardo assente. Il pubblico rumoreggiava. Se solo avesse letto quella maledetta guida. La cosa certa è che, comunque fosse finita, non avrebbe mai chiesto al presentatore di poter salutare famigliari, amici e tutti i conoscenti; era l’unica cosa dei Quiz che lo faceva imbestialire __ ________ _________ shhhh ___________ feci silenzio nella mia mente ________ erano passi, molto rapidi, potevo solo sentirli e sembravano venire proprio verso di noi. Senza parlare toccai gli altri per svegliarli, avvisandoli con l’indice dritto davanti alle mie labbra. Tirandosi su di scatto, mi stupirono per la loro prontezza _______ _____ _____ __________________ un fruscio di foglie, un crepitio, e il mio cuore ____ un cane, era solo un cane, più impaurito di noi; vedendoci, fece uno scatto indietro e si allontanò.

Tutti e tre ci mettemmo a ridere.

Gli aneddoti del viaggio stavano prendendo la miglior forma da raccontare, mentre nessuno aveva più voglia di fare turni. Beppe alzò l’unica bottiglia d’acqua verso le prime tenui luci che venivano da fuori. Tiziano, l’ennesima sigaretta, sistemando i laccetti dello zaino, sembrava già smanioso di ripartire. “Dovremo cercare subito un mezzo per raggiungere Phnom Penh in …”_____ di nuovo rumori, ancora passi. Stavolta neanche il tempo di prepararci. Un grido ruppe il silenzio dell’alba, mentre le nostre torce illuminavano un volto accigliato di bambina: “YOU!” non disse altro, ma sembrava l’ordine di un dittatore. Con il gesto di una mano ci intimò di uscire. Senza pensarci un attimo raccogliemmo i bagagli dirigendoci verso l’esterno della struttura, senza opporci. Non avrà avuto più di cinque anni, viso, capelli e vestiti lerci. Ci voltammo ed era già sparita.

Fuori stava riprendendo il rassicurante viavai dei mercanti. Frutta ed animali incredibilmente stipati su motorini. Intere famiglie in viaggio su carretti. Aveva smesso di piovere da quasi un giorno, ma le pozzanghere erano sempre lì. “Peccato Tizio, era la carta di riso”. “Posso sapere di che cazzo stai …”. “Lascia stare, mi sa che è solo stanchezza … i documenti, presto”.

martedì 1 novembre 2011

Sono un' Astrobleta

L'insonnia è più feroce se il cielo è stellato. D'estate non dormo mai. 
Per il caldo, direte. No, per le stelle.

Ho atteso l'autunno ed è arrivato. Ma un cane che abbaia nella notte disturba quello che deve essere il mio sonno poi, se il cielo è limpido, l'ululato è nitido pure quello.

Oggi sono andata dal dottore, credo ormai d'avere le allucinazioni.

Non dormo più, gli ho detto. Un cane disturba il mio sonno.

Allontani il cane, suggerisce.

Dottore, non ho cani.

Sarà quello dei vicini.

Lo guardo stralunata e lui pure. Non sono così scema da andare dal medico se un cane si mette ad abbaiare nella notte. Il dottore capisce il mio pensiero. Ed io il suo. E no, non faccio uso di sostanze stupefacenti. No, non ho mai fumato in vita mia, neanche per provare. La sua bocca resta aperta in una smorfia di parola che continuo con no, non sto prendendo farmaci. E di nuovo no, non ho mai sofferto di allucinazioni. No, non ho altri disturbi. Eppoi no, l'insonnia non mi disturba se proprio devo dirla tutta.

Da quanto tempo abbaia il cane? mi chiede

Ogni notte, da fine luglio. In questo periodo abbaia nelle prime ore della notte.

Ma ha la finestra aperta?

La finestra è chiusa, naturale. Fa freddo. Non chiudo le persiane per non sprecare la notte...

...per non sprecare la notte?

Be', sì. Se proprio devo stare sveglia almeno mi guardo le stelle. In questo periodo ci sono le sette sorelle...

...le Pleiadi?

Sì, loro. Ma...

...si ricorda se d'estate il suo cane abbia abbaiato in orari diversi?

Dottore, le ripeto che non ho un cane.

Certo, certo, il cane che sente, intendevo.

Di notte...al mattino. Rabbioso nelle giornate che si sarebbero rivelate le più calde.

Come fa a dirlo con precisione?

Dottore, nel cielo c'è un'opera maestosa che è la costellazione di Orione, se fosse un uomo ne sarei innamorata. E d'estate la si vede al mattino, in autunno al calare delle notte.

Il Dottore ha un sussulto.

Vita, sa dirmi cos'altro vede nel cielo?

Accidenti! il Cane di Orione...

Non soffro d'insonnia e non ho le allucinazioni. Sono un'astrobleta, colpita dalle stelle.
Un Cane abbaia sempre nella mia notte.


giovedì 20 ottobre 2011

Chi tira i fili?

Improvvisamente si azzittirono, tutti insieme. Era entrata. La pesante porta di ferro aveva ringhiato via la ruggine, dopo tutto quel silenzio. Rimasero col fiato sospeso, mentre i passi incerti raggiungevano il contatore della luce sulle scale. Il fruscio di rami e foglie che ondeggiava nelle vetrate scomparve, diventò tutto nero, fuori, mentre la casa diventava una grande lanterna nel bosco.

Si guardarono, quelli che dividevano la stanza, chi con uno sguardo deciso, chi con la coda dell’occhio, tutti complici di un silenzio. Chi era stato colto di sorpresa in una stanza lontana e, per di più chiusa, dovette smettere di comunicare a voce alta. Chi era momentaneamente in una posizione sconveniente, dovette rimanere immobile e aderire al patto secolare con gli altri per non farsi scoprire.

Tutti, nessuno escluso, sentirono il TAC della levetta del contatore. Tutti percepirono la luce giù all’ingresso e su per le scale. La corrente fece ronzare il frigo e anche lo scaldabagno cominciò a funzionare. Era arrivata, era lei, lo sapevano. L’aveva detto a voce alta, l’altra volta, che sarebbe ritornata, che non aveva finito. I passi erano quelli e, dopo anni di assenza ingiustificata, ora che un po’ c’era rimasta lì con loro, era di nuovo di famiglia e la riconoscevano.

Avevano preparato un trabocchetto facile facile, per evitare che la sua promessa si allungasse troppo nel tempo e, non ci potevano credere: aveva funzionato. Una smorfia di sorriso trattenuto, piegò l’angolo della bocca della signora severa coi capelli grigi, e anche il sopracciglio di suo marito si alzò, mentre un baffetto nero e malizioso faceva un rapido movimento.

Una persiana vecchia e malandata si era aperta da sola, qualche giorno fa, l’aveva vista uno sguardo attento, che aveva prontamente chiamato chi di dovere affinché venisse a chiuderla prima del cambio di stagione..e già, la diffidenza rendeva le cose un po’ complicate. Più cornette si alzarono e si abbassarono, mentre il messaggio correva lungo i fili fino al destinatario prescelto. Fantastico, muovere ancora i fili di quella che era la LORO famiglia, la LORO casa era proprio un gioco da ragazzi, di questi tempi, e loro si divertivano a vestire i panni irriverenti e leggeri dell’adolescenza. Gli scherzi telefonici, erano forse questi? Ne avevano sentito parlare, ma chi lo aveva usato mai, il telefono, per fare scherzi?

“Buona sera, sono tornata! Vi sono mancata?”

La voce era stata decisa, forte e chiara. La domanda impertinente, dichiarava una confidenza che non si spiegarono, lì su due .. piedi. Si rivolgeva a loro, era chiaro. Li aveva scoperti? Come era possibile, erano stati attenti. Cominciò a serpeggiare la diffidenza: chi di loro si era fatto cogliere con le mani nel sacco? Prima che lei girasse l’angolo, la Signora fulminò suo marito, che palesò un “non sono stato io” con gli occhi e subito si girò verso la figlia. Lei, con la sua posizione plastica da sirena, li guardò entrambi, il padre direttamente, la madre con la coda dell’occhio destro (a fatica, dalla posizione che avevano entrambe) e con una dolcezza che era rimasta incollata alla sua espressione da una vita o forse più, li convinse della fedeltà ai patti, sua e del suo sposo che la attendeva da troppo tempo nella loro alcova nuziale, solo.

L’ospite, inattesa così presto, salì gli ultimi gradini della scala marmorea e accese la luce nel corridoio. Posò velocemente i bagagli sulla cassapanca, per catturare un lucido scorpione, la cui sagoma netta si stagliava sull’intonaco bianco. Era lì, fermo, poco più a destra della lesione nel muro, poco più in giù della finestra che si apriva sul buio. Ci pensò su e decise di aprire la finestra e restituire al bosco quel clandestino, prima che potesse muovere la coda e farle cambiare idea. Mentre richiudeva il bosco fuori con la sua aria profumata, piena di grilli e stelle, un cane, lontano nella notte, abbaiò.

Li andò a salutare tutti, uno ad uno: il ritratto della bisnonna Maria, quello piccolo del bisnonno Tullio, la tela che campeggiava nella sala della torre, con nonna Amalia in posa su una roccia tra fichi d’india e mare blu. Il suo sorriso e quello sguardo nocciola, scuro e lucido le ricordavano qualcosa. Qualcosa o qualcuno che conosceva bene, con cui divideva le sue giornate da sempre.

Arrivò fino nella camera in fondo, aprì la porta con un certo timore, accendendo l’interruttore della luce. Raggiunse il cassettone e salutò con riverenza nonno Riccardo, cercando i suoi occhi chiari di giovane e prestante uomo d’altri tempi, ma lui sembrava non vederla, dalla sua fotografia artistica in bianco e nero. Il suo sguardo la attraversava in un punto imprecisato tra collo, spalla e petto e lei si chiese se ci si sentisse così, ad essere un fantasma.